'Ngiulìnu u bersaglièr-3 In evidenza

Moschetto Mod. 91 per Cavalleria (e Bersaglieri) più corto e leggero del Fucile Mod. 91

La storia vera di un giovane Piazzese di cento anni fa - 3

(continua dalla Parte 2) <<‘Ngiulìnu aprì gli occhi di nuovo quando ormai era completamente buio. Si chiese se era già cadavere o se stava respirando ancora. Fece quindi una breve ricognizione del suo corpo. Gamba destra sempre “andata” e spalla con grandi fitte, forse da proiettile. Invece il sangue che gli colava sul collo si era fermato e non sentiva più quel sapore dolciastro. Cercò di muovere la testa per guardarsi intorno. Vedeva solo le luci dei razzi che il nemico lanciava dalla collina ed udiva qualche colpo di fucile. Capì subito che anche quest’attacco era andato male. Gli austriaci erano ancora sulle loro posizioni mentre loro si erano dovuti ritirare per la terza volta. Purtroppo non era stata concordata nessuna tregua e quando qualche ferito tentava di muoversi, subito veniva fatto secco dai cecchini. Era la sorte che sarebbe toccata anche a ‘Ngiulìnu se avesse fatto qualche movimento, ma “per fortuna” lui era bloccato sia per la gamba nella buca, sia per la spalla ed anche per i due compagni che ancora gli stavano addosso. Probabilmente svenne un’altra volta, e quando si risvegliò vi era uno strano silenzio. I razzi venivano lanciati molto raramente (ormai anche tutti i feriti erano stati messi a tacere) ed attorno a lui riusciva a vedere solo cadaveri in posizioni strane. Visto che aveva un braccio ed una gamba ancora funzionanti decise di tentare qualche piccolo movimento in modo da controllare lo stato delle sue ferite. Per prima cosa diede uno strattone ad uno dei due corpi che gli stavano addosso. Il poveretto rotolò di fianco e non fece un gemito. Dell’altro fu ancora più facile liberarsene perché era privo di entrambe le gambe che giacevano a qualche metro! Ora riusciva a toccarsi il collo, ma non notava nessuna ferita. Il sangue che lo aveva completamente ricoperto apparteneva ai due poveretti. Tentò allora di controllare la gamba. Impresa difficile e pericolosa. Doveva stare attento ai razzi ed ai cecchini. Alla fine riuscì a tirarla fuori con un dolore lancinante, ma non doveva essere rotta perché altrimenti sarebbe svenuto dal dolore, mentre questo era abbastanza sopportabile. E adesso cosa fare? Se fosse rimasto lì fino al giorno dopo, al primo movimento sarebbe stato fatto secco, quindi non rimaneva altro che tentare di ritornare in trincea muovendosi molto lentamente ed approfittando dei momenti privi di razzi. Questo fu un vero calvario. Si muoveva attraverso cadaveri, fango e fucili. Ogni metro conquistato verso la salvezza voleva dire fitte lancinanti alla spalla ed alla gamba. Era tutto sudato e nello stesso tempo ricoperto completamente di fango e sangue. Solo quando stava per albeggiare riuscì ad avvicinarsi ad una trincea amica. Qualcuno gli lanciò una corda, in quattro tirarono fortemente e finalmente riuscì a raggiungere la salvezza. Si buttò dentro la trincea a “corpo morto” mentre i commilitoni lo adagiavano su delle assi e gli davano un po’ d’acqua. Ma guardando quei visi si accorse che erano tutti sconosciuti. Parlavano italiano, avevano la sua stessa divisa, ma nessuno gli era famigliare. Tutto venne chiarito quando un sergente gli spiegò che quella non era la sua Compagnia, ma quella del capitano Bassi (la carogna). Probabilmente, nel tentare il rientro in trincea, si era spostato di qualche centinaio di metri ed era finito in un’altra zona. Lo portarono in una specie di grotta che serviva da infermeria. Due infermieri lo spogliarono ed il medico del campo lo visitò. Alla fine il referto fu che in pratica non aveva un bel niente, a parte la lussazione alla spalla ed una lacerazione al ginocchio. I proiettili lo avevano sfiorato, ma era tutto integro. Ma subito dopo venne il bello. All’improvviso si presentò il capitano Bassi che chiese notizie del nuovo arrivato. ‘Ngiulìnu aveva già capito che quell’essere stava per escogitarne una delle sue ed infatti, dopo avergli chiesto le generalità ed a quale Compagnia appartenesse, gli domandò dove fosse la sua arma (n.d.r. nella foto). Ancora seminudo, ‘Ngiulìnu rispose che gli era sfuggita di mano quando era caduto nella buca e che nel tornare indietro, in piena notte, gli era stato impossibile recuperarla. E poi, anche se ne fosse stato in possesso, avrebbe dovuta abbandonarla perché era impossibile strisciare nel fango con la spalla dolorante e la gamba gonfia come un pallone. Ma qui il capitano Bassi mise in mostra tutta la sua cattiveria. Gridando come un matto rimproverò il povero bersagliere dicendogli che mai avrebbe dovuto abbandonare l’arma, a costo della vita. A quel punto sarebbe stato meglio se fosse rimasto cadavere assieme agli altri! Un bersagliere senza la sua arma era inutile alla causa della Patria e quindi gli ordinava di ritornare indietro immediatamente a recuperare il fucile. Il medico aveva sgranato gli occhi, come a dire: “se questo fa un passo allo scoperto è già un uomo morto”, ma Bassi fu irremovibile. Disse che entro il pomeriggio il soldato doveva rientrare in possesso della sua arma, altrimenti l’avrebbe messo agli arresti, anche se era in infermeria. ‘Ngiulìnu allora si alzò dalla lurida barella dove l’avevano adagiato e dolorante si avviò verso la trincea sapendo che appena avrebbe messo fuori la testa tutto sarebbe finito. Ed invece, anche questa volta avvenne il miracolo. Il capitano venne chiamato subito a rapporto dal colonnello, probabilmente per trovare un’altra strategia d’attacco, e dovette andar via. A quel punto il medico gli consigliò di rimanere lì disteso e di tentare il recupero non appena avesse fatto buio. E così avvenne. Nel pieno della notte ‘Ngiulìnu strisciò solo per alcuni metri fuori, ed il primo fucile che vide lo agguantò e lo riportò indietro. Il sergente di guardia scrisse che l’ordine del Capitano era stato eseguito e finalmente il nostro bersagliere fu accompagnato, sorretto da due colleghi, fino alla sua Compagnia. Qui era stato già inserito tra i dispersi in guerra, e grande fu la gioia quando poterono riabbracciarlo. Purtroppo non fu così per il suo amico Giovanni e, come ogni volta, al capitano Rapisarda toccò l’ingrato compito di scrivere ai genitori per comunicare la triste notizia. Nell’infermeria della Compagnia a ‘Ngiulìnu venne immobilizzata la spalla e curata la ferita al ginocchio; arto che ora si era gonfiato a tal punto che avevano dovuto aprire completamente il pantalone fin quasi all’inguine. Il giorno dopo, assieme ad altri feriti, venne mandato nelle retrovie per rimettersi al più presto possibile e poter così ritornare a “guerreggiar”. Ma il ginocchio non voleva sentirne di ritornare alle misure normali: era sempre gonfio ed aveva assunto un colore bluastro>>. (continua) Angelo MASUZZO, nipote più anziano di 'Ngiulìddu

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