Le ragazze del Magistrale

Entrata dell'Istituto Magistrale "F. Crispi"
L'Istituto Magistrale ormai abbandonato dal 1982

Ho ricevuto un testo, da un amico da tanto tempo lontano da Piazza, che racconta le emozioni che i giovani studenti provavano all'uscita delle studentesse frequentanti le classi del prestigioso Istituto Magistrale "F. Crispi" nato, come Regia Scuola Normale, nel 1887 nell'ex Convento delle suore Francescane Clarisse, fondato dal barone Guglielmo de Caldarera nel 1320. Io, essendo stato uno studente di questo Istituto alla fine degli anni '60, non posso esimermi dal pubblicarlo.

 Negli anni ’60, quello che adesso è un rudere cadente e di cui quasi nessuno conosce la storia, per noi giovani studenti era il “pozzo dei desideri”. Sì, perché tra quelle mura vi erano le più belle ragazze di tutta la città, quelle che ci facevano sognare, ma anche disperare.
Quando le scuole iniziavano ad ottobre (che bel periodo!) noi, che non frequentavamo il Magistrale, uscivamo sempre prima degli altri perché, per quasi tutto il primo mese di lezioni, mancavano sempre gli insegnanti titolari.
Ecco allora che, non appena suonava la campanella, era tutto un correre per presentarsi al più presto possibile in via Umberto e mettersi davanti al portone del Magistrale per vedere uscire le ragazze. Ormai avevamo l’occhio allenato. Sapevamo distinguere le nuove arrivate da quelle che già conoscevamo, le nuove leve da quelle un po’ più stagionate.
I più intraprendenti riuscivano ad avvicinarne qualcuna e fare amicizia, mentre per i “timidoni” tutto finiva in languide occhiate e niente più.
Ricordo che un anno vedemmo uscire una vera e propria modella: alta, bionda, con gli occhi azzurri, carnagione color latte e… tutta vestita di nero. Non guardava mai nessuno e camminava ancheggiando tanto da far venire le vertigini anche al più refrattario in fatto di donne.
Immediatamente cercammo di sapere nome, cognome, da dove veniva, misure, codice fiscale, ecc., ma l’unica notizia certa che si venne a sapere fu che era di Butera e che era vestita tutta di nero perché aveva perso da poco tempo un fratello.
Ora, dovete sapere che in quell’epoca, per noi poveri ragazzi del Sud che eravamo senza bici, motorini, auto, ecc. dire Butera o Sidney era la stessa cosa. Erano due luoghi irraggiungibili e lontani anni luce da Piazza. Sul perché poi portasse scarpe, calze, e tutto il resto sempre neri, dipendeva dal fatto che allora, in certe famiglie, vi erano delle regole ferree per quanto riguardava il “lutto da portare”. Sulla Gazzetta Ufficiale delle Pompe Funebri Italiane, venivano pubblicate le varie tabelle che regolavano come dovessero essere vestite le donne, e anche per quanto tempo, in base alla gravità del lutto. Per esempio: morivano padre o madre = cinque anni di lutto; fratelli o sorelle = tre anni di lutto; nonni = due anni, e così via. Ecco perché certe donne trascorrevano la loro vita sempre vestite di nero; quando stava per finire un periodo, ecco che veniva a mancare un altro parente ed il lutto ricominciava.
Ritornando alla nostra ragazza, di cui venimmo a sapere anche il nome, Concettina (ma che per modernizzarsi si faceva chiamare Cetty) purtroppo era inavvicinabile. I suoi l’avevano mandata a studiare a Piazza da una loro parente, con l’incarico di sorvegliarla in ogni suo movimento. Infatti, all’uscita vi era sempre una signora (odiata da tutti noi in modo indescrivibile!) che prendeva sotto braccio la nostra fidanzata (sì, perché in segreto ci eravamo fidanzati tutti con lei, anche se nessuno ebbe mai il coraggio di comunicarglielo) e se la portava a casa. Per tutto il giorno la bionda rimaneva rinchiusa tra quattro mura ed il mattino dopo veniva accompagnata a scuola.
Il sabato pomeriggio le veniva permesso di prendere la corriera per tornare dai suoi, ma anche in questo caso vi era sempre lo stretto controllo dell’accompagnatrice. Una volta avevamo deciso che saremmo saliti in corriera per andare fino a Butera con lei per tentare un approccio; e se poi ad attenderla ci fosse stata tutta la famiglia (vestita di nero) con magari altri tre fratelli (anch’essi vestiti di nero), come sarebbe andata a finire? E poi, vista la lentezza dei mezzi pubblici di allora, avremmo trovato un’altra corriera in grado di portarci a Piazza entro la sera? Altrimenti saremmo dovuti restare a dormire a Butera, con conseguenze gravissime sia da parte dei nostri genitori e forse anche dei parenti del nostro angelo.
Ci si accontentava quindi di vederla uscire da scuola, sempre con gli occhi bassi, e poi sparire nel portone di casa. Allora non c’era la possibilità di incontrare ragazze in un bar, di andare a ballare in qualche locale pubblico o di passeggiare tranquillamente per il Gen. Cascino tenendo per mano una ragazza. In quest’ultimo caso bisognava essere “fidanzati ufficialmente”, ma questo è tutto un altro snervante e ridicolo rituale che vi racconterò un’altra volta.
Un amico lontano da Piazza
 
cronarmerina.it

Commenti  

+1 #2 Gaetano 2016-03-02 16:31
Citazione Herald:
Mi si stringe il cuore a leggere questo racconto. Anch'io mi vedo sul marciapiede di via Umberto in attesa dell'uscita delle ragazze.

Rigorosamente messi a dx e sx del grande edificio scolastico, per lasciare libero il passaggio al deflilé quotidiano.
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0 #1 Herald 2016-03-02 15:23
Mi si stringe il cuore a leggere questo racconto. Anch'io mi vedo sul marciapiede di via Umberto in attesa dell'uscita delle ragazze.
Citazione

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