Cronarmerina - Ecclesiastici

Fontana Aidone/n. 46

Questa è la Fontana/Abbeveratoio di Aidone n. 46. E' la seconda nel territorio di Aidone ed è quella che si trova in fondo alla valle sulla destra, quando si inizia a percorrere il lungo cavalcavia all'entrata, provenendo da Piazza. Chiedendo in giro ho saputo che gli Aidonesi la chiamano semplicemente O CANALOTTO ed è fornita di tre canali che fuoriescono da altrettanti grandi mascheroni che ricordano quelli dei 4 canali di Piazza. Forse potrebbero essere stati scolpiti dagli stessi scultori della seconda parte dell'Ottocento, i fratelli piazzesi Dello Spedale, chissà? Da un canale dei tre sgorga perennemente l'acqua che si versa su una grande vasca a forma di conchiglia e quella che raggiunge il bordo va su quella grande rettangolare a destra, che doveva servire al ristoro dei quadrupedi all'andata o al ritorno dalle solite "belle, gioiose e riposanti scampagnate" di una volta. E' facile immaginare che "O Canalotto" fosse l'abbeveratoio dell'antico ingresso da Ovest, quando la strada percorreva la vallata e non come l'odierna, che sta molto più a monte e quindi più agevole. Infatti, subito dopo aver oltrepassato il cimitero, a destra esiste la più antica via Canalotto che scende per passare appunto dal grande abbeveratoio. Quando venne realizzato il cavalcavia ne fu realizzata una nuova, la fontana n. 45 chiamata appunto Acquanova, di cui abbiamo già parlato.  

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Cavalieri di S. Giovanni Battista

Stemma Cavalieri Ospitalieri

Stemma repubblica marinara d'Amalfi

Stemma Cavalieri di Malta

L'Ordine dei Cavalieri Ospitalieri di S. Giovanni Battista di Gerusalemme, oggi noto come Sovrano Ordine di Malta, venne fondato dopo la conquista crociata di Gerusalemme (1099) da Gerardo Sasso, monaco benedettino che in seguito la Chiesa proclamò beato. Fra Gerardo l'Ospedaliere era amalfitano (ecco spiegata la relazione tra gli stemmi) come i mercanti che qualche decennio prima (tra il 1040 e il 1060) avevano ottenuto dal califfo d'Egitto il permesso di costruire nella Città Santa un ospedale, inteso come luogo di ospitalità e ospizio dei pellegrini, intitolato a San Giovanni Battista. Successivamente al compito originario si aggiunse quello di prestare cure mediche e, poi ancora, quello della loro difesa in armi. Con il successore di Gerardo, il provenzale Raymond du Puy, la componente militare del sodalizio si intensificò e l'inusuale veste nera dei cavalieri (che richiamava la tunica nera benedettina alla quale poi aggiunsero il mantello nero) e il loro stemma, la croce bianca a otto punte su campo nero che simboleggiava le otto beatitudini evangeliche (foto in alto), divennero un simbolo ricorrente nei campi di battaglia e sulle roccaforti che gli ospitalieri costruivano o ricevevano in dono¹. Per gestire le proprietà dell'Ordine, sempre più numerose, venne creata una complessa rete amministrativa suddivisa in priorati, baliati e commende. Persa Gerusalemme nel 1187, i giovanniti seguirono la parabola discendente degli eserciti crociati. Si spostarono a San Giovanni d'Acri, ma nel 1291 cadde anche quest'ultima roccaforte cristiana; l'Ordine si rifugiò allora per breve tempo nell'isola di Cipro e quindi in quella di Rodi, dove rimase per due secoli, combattendo con la sua flotta i pirati berberi e respingendo invasioni arabe e ottomane. Era diventata ormai una potenza marittima che, dopo il 1312, aveva incamerato anche gran parte delle proprietà dei disciolti Templari. Nel 1522, dopo un lungo assedio delle forze soverchianti di Solimano il Magnifico, l'isola di Rodi era perduta. Impressionato dal loro coraggio, il sultano concesse ai cavalieri di andarsene con i loro beni. Qualche anno dopo (1530) gli Ospitalieri si installarono nell'isola di Malta, dove consolidarono il loro ruolo militare nel Mediterraneo, soprattutto dopo il "grande assedio" del 1565 (dove cadde da eroe fra Pier Antonio Barresi fratello di Pietro, principe di Pietraperzia e marchese di Barrafranca) che li vide vittoriosi sugli attaccanti ottomani. Nell'isola-fortezza che strenuamente difesero, partecipando tra l'altro alla celebre battaglia di Lepanto, i Cavalieri della croce ottagonale, che qui divenne bianca su campo rosso (foto in basso), non dimenticarono però la loro vocazione assistenziale, creando in loco il più vasto e moderno ospedale dell'epoca. L'epopea maltese degli ospitalieri terminò nel 1798, quando Napoleone li espulse dalla loro roccaforte. Dopo una lunga diaspora che lo portò anche in Russia, nel 1834 l'Ordine trovò asilo a Roma, dove tuttora risiede come ente sovrano di diritto internazionale dedito a progetti umanitari in 120 Paesi del mondo. A Piazza esiste una loro Commenda la cui costruzione iniziò nel 1145 ma la Percettoria, ovvero tesoreria, esattoria e amministrazione dei beni dell'Ordine e, non ultimo, per propagandare il reclutamento di giovani², venne istituita nel 1420 grazie alle rendite del piazzese Giovanni junior dè Caldarera barone di Camemi. A mano a mano che l'Ordine spostava la sede principale, la nostra Commenda di S. Giovanni Battista dè Caldarera ne prendeva il nome, ecco perché chiamata prima d'Acri poi di Cipro, di Rodi e per finire, come la conosciamo noi, di Malta. La Commenda di Piazza, quando nel 1312 ereditò la Casa Templare di Aidone con le relative pertinenze, divenne sede anche dell'Ordine Cavalleresco dei Templari.

¹ Nel periodo in cui l'Ordine fu noto come Ordine di San Giovanni le vesti divennero rosse con lo stendardo rosso con una croce bianca lineare. Quando nel 1530 l'imperatore Carlo V concesse all'Ordine di San Giovanni l'isola di Malta, le vesti dei cavalieri tornarono nere con lo stendardo rosso e bianco crociato.

² Il reclutamento avveniva specialmente tra le famiglie nobili di quel periodo: Crescimanno, Boccadifuoco, Trigona, Palermo, Micciché, Sanfilippo, Episcopo, Catania, Barbarino.  
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Bella giornata di tennis

Lo Bartolo, Minincleri, Riccobene, Speciale e Cardile

Pomeriggio pieno di incontri di tennis ieri ai Campi Comunali della Bellia, dove sotto un sole cocente si sono svolti, a partire dalle 15.00, i singolari e i doppi tra le rappresentative femminili e maschili del Circolo Tennis Calascibetta e del Tennis Club Piazza Armerina, partecipanti ai Campionati della Federazione Italiana Tennis categoria D3. Le gare, che si sono concluse in tarda serata, hanno visto la vittoria per 2 a 1 delle ragazze piazzesi, e il pareggio 2 a 2 dei ragazzi. La giovane tennista piazzese Marta Lo Bartolo ha battuto Maria Rita Speciale per 6/4 6/3. L'aidonese Carmela Minincleri, tesserata per il T.C. piazzese, ha perso contro Angela Riccobene infine, nel doppio, le piazzesi hanno battuto Riccobene e Cinzia Cardile per 6/2 6/4. Nonostante questa vittoria Lo Bartolo e Minincleri quest'anno devono accontentarsi del terzo posto nel loro girone, ma come primo anno di partecipazione le ragazze possono ritenersi soddisfatte, soprattutto per l'esperienza agonistica acquisita, perché una cosa è allenarsi con gli stessi allenatori e/o compagne, completamente un'altra cosa è misurarsi con avversarie sempre diverse e agguerrite. Pertanto si presume, e si spera vivamente, che il prossimo anno sia pieno di ottimi risultati e, perché no, l'occasione buona per il salto di categoria.  

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Gli organari di Piazza

Donato Del Piano (1698-1785)

Pacifico Inzoli (1843-1910)

Donato Del Piano (foto in alto), l'autore dell'organo presente a destra nella navata centrale nella Cattedrale di Piazza Armerina, nacque a Nivano, oggi Grumo Nevano (NA), nel 1698¹ e forse apprese i primi rudimenti di arte organaria con il proprio fratello Giuseppe. Successivamente si trasferì a Siracusa con quest'ultimo e nel 1725 restaurò l'organo del Duomo di Siracusa. Realizzò organi nella parte orientale della Sicilia (Ferla, Sortino, Modica, Noto, Augusta e Piazza) e a Malta per poi stabilire la propria residenza a Catania². Nel 1743 divenne sacerdote e dodici anni più tardi gli venne commissionata la realizzazione³ del più grande organo d'Italia, a cinque tastiere, tre centrali e due laterali, per la Chiesa di S. Nicolò l'Arena di Catania, la chiesa del suo ordine, i Benedettini. Questa disposizione delle tastiere consentiva a tre organisti di potersi sedere e suonare contemporaneamente. Nel 1772 aprì un forno per la produzione di pane fino detto "francese" per i degenti nell'ospedale Santa Marta e nel reclusorio delle vergini. Con i proventi compì altre opere di beneficenza. Nel 1785 morì e venne sepolto nella chiesa di S. Nicolò l'Arena a pochi passi dal monastero dei Benedettini in cui era vissuto gli ultimi anni della sua vita.

Pacifico Inzoli (foto in basso), l'altro organaro autore dell'organo presente a sinistra della navata centrale della Cattedrale, nacque a Crema, in provincia di Cremona, nel 1843. Entrato nelle botteghe dei migliori organari di Crema, Lodi e Pavia, fondò nel 1867 la sua fabbrica d'organi a Crema. Lungo la sua carriera costruì oltre 400 organi in tutta Italia, da ricordare quello grandioso nella Cattedrale di Cremona, quello del Santuario della Madonna di Loreto e quello della Madonna di Pompei. Dopo la sua morte, avvenuta nel 1910, l'opera venne continuata dai figli Lorenzo e Giuseppe. Nel 1970 la fabbrica fu rilevata da Luigi Bonizzi, dipendente da tanti anni della fabbrica che ne continuò l'opera sino al 1984, anno della sua scomparsa. La Ditta Inzoli Cav. Pacifico di F.lli Bonizzi continua a tutt'oggi l'attività a Ombriano, a 3 Km da Crema.  

¹ 1698 in Treccani.it, 1704 in Wikipedia.

² Questo spiegherebbe la collaborazione con i fratelli Turrisi di Catania nell'installazione dei due organi nella nostra Cattedrale, come risulta dalla seconda voce "autore" nelle due schede della Regione Siciliana.

³ La costruzione dell'organo iniziò nel 1755 ma dal 1758 al 1763 i lavori si fermarono per una delle ricorrenti forti carestie in Sicilia. Dopo la ripresa dei lavori, l'organo costato diecimila scudi fu inaugurato nel 1767 con grande sfarzo e alla presenza di nove artisti provenienti da tutta l'Isola.

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1766 La tragedia dei Runza da Piazza

Particolare del primo foglio di 10 del Regio Diploma di fondazione di Pachino, 1760 

La firma di Don Giuseppe Runza civitatis Platiae

Da qualche tempo seguo con interesse le vicissitudini, dalla fondazione in poi, di un paese in provincia di Siracusa, Pachino. Il motivo è chiaro, basta cercare sul mio sito il termine "Pachino" per trovare molti articoli con questa parola e in diverse categorie (Luoghi ed Eventi, Personaggi, Attualità, Famiglie e Stemmi, Titoli della Città, Compatroni). Pachino è l'unico paese fondato da un piazzese, Gaetano Maria Starrabba Calafato III principe di Giardinelli (1725-1796), colui che aveva costruito il suo palazzo lungo la nostra odierna via Garibaldi n. 80 (ecco perché chiamata sino al 1860 a stràta ô Prìnc'p). Era il 1756 e il Principe Gaetano, coadiuvato dal fratello minore Vincenzo¹, ottiene la prima licenza per fondare il comune di Pachino² nel proprio feudo di Scibini, ottenendo nel contempo anche il titolo di Conte e il privilegio di sedere al Parlamento palermitano. Due anni dopo arriva la seconda autorizzazione e due anni dopo ancora, il 21 luglio del 1760, il richiedente ottiene il Regio Diploma definitivo (foto in alto) dal re Ferdinando IV di Borbone con la licenza di fondare una Terra. Affinché la fondazione andasse a buon fine, gli Starrabba dovevano rispettare alcune regie condizioni tra le quali la più importante era quella di popolare la nuova Terra con famiglie che fossero esclusivamente estere, cioè greci-cattolici. Questo non fu possibile annullando le prime due autorizzazioni. A questo punto i fondatori furono costretti a cercare nell'"estero" più vicino, ovvero presso la pseudo repubblica di Malta di allora. Inoltre, per attirare altre genti furono fatte altre promesse allettanti che riguardavano le condizioni di lavoro, il pane per sfamarsi e un giaciglio sicuro, grazie allo sgravio fiscale concesso dal Re per venticinque anni. Tuttò ciò attirò anche molti abitanti dai paesi siciliani come Spaccaforno³, Modica, Palagonia e Piazza, al seguito della famiglia fondatrice. I nuovi abitanti, diversi per tradizioni e cultura <<furono armonizzati dalla presenza di quattro curati, due di etnia maltese e due siciliani. Don Benigno Mizzi e Don Giuseppe Fusari dalla Repubbica di Malta, Don Saverio Manzo da Spaccaforno e Don Giuseppe Runza da Piazza (Armerina)>>. Queste notizie sono tratte dai documenti che l'appassionato storico-ricercatore di Pachino, Guido Rabito, ha messo a disposizione sulla sua pagina facebook e, consultando il libro dei defunti della Chiesa Madre della sua Città, ha potuto riscostruire anche la tragedia che colpì la famiglia del canonico piazzese Don Giuseppe Runza. <<Nel 1763 arrivò da Piazza il curato Don Giuseppe Runza, su invito del Marchese Gaetano Starrabba, per avere cura delle anime della novella Terra. Il curato Runza, portò con sé il fratello Francesco e la sorella Lucrezia. Il Rev. Runza partecipò attivamente alla vita della piccola comunità, celebrando battesimi, matrimoni e aimè anche funerali, molto spesso in cui la causa di morte era dovuta a qualche contagiosa malattia. Nel 1766, tre anni dopo la sua venuta, il 27 dicembre don Giuseppe Runza di anni 44 diede l'anima a Dio e successivamente il fratello Francesco di anni 20 morì pochi mesi dopo, ed anche Lucrezia di anni 48 seguì la stessa sorte, pochi giorni dopo. Si presume che Don Giuseppe Runza abbia contratto malattia in occasione di estrema unzione e che poi abbia contagiato il fratello e la sorella. Oggi tutti riposano nella piccola Chiesa del SS. Crocifisso oggi denominata la cappella del Santissimo>>. 

¹ Vincenzo Starrabba (1730-1803) canonico sino al 1754, fu Giurato e, poi, I Patrizio del neonato "Senato" di Piazza nel 1777. Alla Corte Giuratoria (il Comune di oggi) veniva concesso dal Re il titolo di Senato quando si trattava di una grande e importante città dell'Isola, in segno di distinzione. Questo titolo dava ai Giurati il privilegio d'esser chiamati Senatori. Inoltre i Giurati passavano da quattro a sei chiamandosi Senatori (come nelle città di Palermo, Messina, Catania e Trapani) e uno di questi prendeva il titolo di Patrizio. Inoltre, Vincenzo Starrabba è ricordato per essere stato il nobile designato dal chierico Michele Chiello come fidecommissario (amministratore fiduciario) delle sue Opere Pie (Ospedale e Monte Prestami) di cui pubblicò in seguito i regolamenti. Il conte Vincenzo Starrabba, detto u Zimmusu (alla piazzese Z'marù) perché gobboso e per i rigonfiamenti sul volto, era molto devoto alla Vergine Maria e trascorse gran parte della sua vita alla corte di Palermo. Nel 1793 ottenne anche il titolo (senza concessione sovrana) di Marchese di Rudinì, feudo nei pressi dell'antica Noto. 

² Dall'antico nome del territorio caput Pachyni. Questo nome deriverebbe per alcuni dal fenicio pachum che significa "guardia" (con funzione di segnalazione ai naviganti), per altri dal greco antico pachys = abbondante, fertile.

³ Dal 1934 Ispica (RG).

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Ricordi inediti su P. Carmelo Capizzi/5

Belluno, città del Veneto di ca. 36.000 abitanti

Ricordi e fatti inediti/5

Carmelo predice l’elezione di un vescovo
In uno dei tanti viaggi che mio fratello Carmelo faceva nel Bellunese per venirmi a trovare o per altri motivi, ebbe l'occasione di conoscere don Giuseppe Andrich, allora rettore del seminario diocesano di Belluno, con il quale faceva lunghe conversazioni. Un giorno che eravamo soli, io e lui, spesso l'accompagnavo e parlando di monsignore Andrich, mi disse che era un personaggio importante e che, a parer suo, avrebbe fatto carriera, naturalmente con la consacrazione a vescovo. La conversazione terminò  lì, ma quella quasi profezia rimase dentro di me per lungo tempo, finché un giorno, dopo alcuni anni, mi trovai a tu per tu con don Giuseppe che, gentilmente, mi aveva offerto un passaggio con la sua macchina da Auronzo di Cadore a Belluno. Strada facendo si parlava del più e del meno, cose di poca importanza, e a un certo punto gli chiesi: “Don Giuseppe quando ti faranno vescovo?”. La sua risposta fu “Mai”. Io lo incalzai dicendogli che Padre Carmelo mi aveva detto che con molte probabilità lo avrebbero fatto vescovo, ma lui con tono deciso mi disse: “No, tuo fratello ha sbagliato tutto sul mio conto, io non sarò mai vescovo”. Passarono gli anni e il vescovo di Belluno Monsignor Savio si ammalò, purtroppo, di un brutto male e  don. Giuseppe, che era suo vicario, faceva le sue veci sostituendolo in tutte le funzioni per il periodo della sua lunga malattia. Arrivò il nefasto giorno che Mons. Savio passò a miglior vita e la Diocesi di Belluno-Feltre rimase, per così dire, orfana e quindi bisognava nominare un altro pastore. Chi meglio di don Giuseppe avrebbe potuto sostituire il defunto prelato, che era ormai già pratico dell'ufficio e dei gravosi compiti propri del vescovo? Così che, il nostro amato don Giuseppe fu nominato e quindi consacrato vescovo nella medesima Diocesi. Quando lui venne a Limana (n.d.r. comune in prov. di Belluno) per la visita pastorale, dopo la Santa Messa, andai in sacrestia per salutarlo e gli ricordai quello che mi aveva detto mio fratello circa dieci anni prima. Mi rispose, accennando un sorriso, che avevo avuto ragione e da quel giorno io e il vescovo Andrich siamo rimasti ottimi amici.

continua in Ricordi inediti su P. Carmelo Capizzi/6

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Due trasferte tennistiche

Carmela Minincleri, il Presidente del T.C. P. Armerina Salvatore Lo Bartolo e Marta Lo Bartolo

Giocatrici del T.C. P. Armerina e della Pol. Snoopy Enna

Dopo il mezzo passo falso di sabato 11 giugno u.s., quando le due rappresentanti del Tennis Club Piazzza Armerina, Carmela Minincleri e Marta Lo Bartolo, sono andate a perdere in casa del T.C. Pentagono di Acireale per 2 a 1, ieri in casa della Polisposrtiva Snoopy Enna, sempre per il Campionato a Squadre Femminile D3, le ragazze piazzesi si sono riscattate andando a vincere con un netto 3 a 0. Infatti, la Lo Bartolo e la Minincleri hanno vinto sia i loro rispettivi singolari sia il doppio sul campo comunale coperto di contrada Pisciotto. Il presidente del Tennis Club piazzese Totò Lo Bartolo, esprime il proprio compiacimento per il soddisfacente svolgimento del primo anno di attività agonistica in questa categoria ed è sicuro che i risultati positivi continueranno per l'entusiasmo e la grinta mostrati dalle giocatrici. 

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Fontana Aidone/n. 45

Con la Fontana/Abbeveratoio di Aidone n. 45 inizia il censimento delle fontane in territorio di Aidone. Questa è la prima che troviamo provenendo da Piazza e si trova sulla sinistra all'ingresso del paese che, da quando ha un importante Museo Archeologico con una ricca collezione di reperti, la possiamo definire una vera e propria Cittadina. E' la fontana che gli Aidonesi chiamano ACQUANOVA, forse perché più recente rispetto alle altre. Il sito offre un senso di freschezza e ristoro per coloro che vi si soffermano. Ne sanno qualcosa i pellegrini che per la festa di San Filippo Apostolo, il 1° maggio di ogni anno, vi passano accanto con ogni mezzo, soprattutto a piedi, per aver ottenuto o per ottenere una grazia dal Santo ospitato nella chiesa Madre intitolata a S. Maria La Cava. Complessivamente ha una bella struttura in pietra locale e, bisogna ammetterlo, è tenuta bene e pulita. L'acqua è potabile e in tanti si fermano per farne scorta, riempendo bidoni di plastica dal canale che fuoriesce da un mascherone scolpito con sembianze antiche e barbute. Sopra il mascherone c'è uno sportello in ferro, probabilmente dove si aziona la saracinesca/margherita/rubinetto per regolarne il flusso. Con gli abitanti di questo centro abitato, a pochi chilometri dal nostro, da secoli abbiamo tante cose in comune, a cominciare dal dialetto o lingua galloitalica che è suonata sempre estranea all'orecchio degli altri Siciliani.     

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I due organi della Cattedrale

L'organo di destra, autore Donato Del Piano, 1742

L'organo di sinistra, autore Pacifico Inzoli, 1886

Sino ad oggi tutti sapevamo che nella nostra Cattedrale intitolata a Maria SS. delle Vittorie fosse presente solo un prestigioso Organo, quello di Donato Del Piano le cui note melodiose si ascoltano specie nelle funzioni religiose speciali. Anche se, diciamolo pure, tutti ci siamo accorti che ne sono sempre esistiti due, uno di fronte all'altro, uno a destra e uno a sinistra della navata centrale. Ma è ovvio che questi particolari li notano soltanto coloro che sono del "mestiere" e non dei semplici "turisti piazzesi", tra i quali il sottoscritto. Invece, l'altro giorno, grazie alle segnalazioni del prof. Marco Incalcaterra, abbiamo saputo che di organi ce ne sono due e di diversi autori. Con questi dati a disposizione si può mettere finalmente un po' d'ordine sugli organi presenti nel nostro Duomo. Il più antico è quello di destra ed è dell'organaro Donato Del Piano (1704-1785) e non è quello da cui provengono le note che risuonano ai giorni nostri. Venne impiantato tra il 1741 e il 1743 al termine dei lavori di rifinitura interna al Duomo e fu consacrato dal vescovo piazzese di Siracusa mons. Matteo Trigona (1679-1753), non si è sicuri se il 22 ottobre del 1742 o il 21 ottobre dell'anno seguente. Dalla schedatura effettuata dalla Regione Siciliana tra il 1992 e il 1994 risulta: <<Anno 1740/1770, Autore Donato del Piano, Ubicazione cantoria lignea posta nell'ultimo intercolumnio a destra della navata centrale prima del transetto. Cassa h: 700 ca., la.: 412, prof.: 107, canne di facciate 41 disposte in 5 campate, anno/epoca 1741/1743, autore fratelli Turrisi di Catania¹, descrizione la cassa presenta una colorazione crema ed intagli dorati ed è speculare a quella posta di fronte nella stessa chiesa. Il prospetto, dall'impostazione ad ali, è ripartito in cinque campate contenenti "festoni di legatura"  posti a supporto delle canne di facciata ed arricchito da due grandi angeli musicanti...>>. Dalla foto in alto risalta il grande medaglione sul palchetto per i cantori che racchiude la figura del Conte Ruggero con uno stendardo circondato dalla scritta "COMES ROGERIUS".

Il più "recente" è quello di sx ed è dell'organaro Pacifico Inzoli (1843-1910) collaborato dai figli, Lorenzo e Giuseppe. Eccovi la scheda: <<Anno 1886, Autore Pacifico Inzoli e figli, Ubicazione in cantoria lignea nell'ultimo intercolumnio a sinistra della navata centrale prima del transetto. Cassa h: 770 ca., la.: 418, prof.: 123, canne di facciata 35 disposte in 5 campate di cui le due laterali e la centrale a cuspide e le intermedie ad ali divergenti con labbri superiori a mitria e bocche allineate, anno/epoca metà secolo XVIII, autore fratelli Turrisi di Catania, descrizione la cassa presenta una colorazione crema ed intagli dorati ed è speculare a quella posta di fronte nella stessa chiesa. Il prospetto, dall'impostazione ad ali, è ripartito in cinque campate contenenti "festoni di legatura" posti a supporto delle canne di facciata ed arricchito da due grandi angeli musicanti...>>. Nella foto in basso risalta il grande medaglione sul palchetto per i cantori che racchiude la figura della Triscele, simbolo della Sicilia sormontata da un busto, attorno alla quale c'è la scritta "PLUTIA DEINCEPS PLATIA"². In occasione dell'inaugurazione di quest'ultimo, nel 1886, il poeta piazzese Cav. Francesco Gangitano scrisse due odi di cui parleremo in seguito.

¹ Dei quali non sono riuscito a sapere altre notizie.

² Letteralmente "PLUTIA SUCCESSIVAMENTE PLATIA". Questa sarebbe secondo lo storico G. P. Chiarandà (che sintetizza nella sua opera Storia di Piazza quelle del Negro, del Verso, del Cagno e dell'Alegambe) la scritta che si sarebbe trovata su una delle due monete romane che nessuno ha mai visto, ma che <<per la prima volta egli presenta - a maggior sostegno della sua tesi>> ovvero che Piazza trae origini antiche. <<Orbene la ricostruzione storica fornita dal CHIARANDA', sottoposta ad una critica serena ed obiettiva, non solo risulta senza alcun fondamento, ma appare frutto di accurate elaborazioni personali>>. (L. VILLARI, Storia della Città di Piazza Armerina, LA TRIBUNA, PIACENZA 1981, pp. 126, 127)

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I nostri cinema all'aperto

Il chiostro del Collegio dei Gesuiti oggi sede della Biblioteca Comunale

Anche a Piazza avevamo un luogo dedicato alla visione dei lungometraggi cinematografici all'aperto. Ovviamente l'appuntamento non era giornaliero ma domenicale, non nella stagione invernale ma in quella estiva degli anni Sessanta. Veramente c'era un altro cinema che si era attrezzato per offrire refrigerio ai tantissimi cinefili in estate, il Cinema Excelsior, ma eravamo negli anni Settanta. Il prof. Secondo, proprietario e gestore della grande sala con relativa tribuna al piano superiore, a due passi dalla Stazione Ferroviaria, all'imbrunire dava l'ok e magicamente il grande soffitto si apriva in due¹ e dopo i primi minuti di sorpresa e di adattamento visivo era una vera delizia seguire i tanti film, da Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970) a Brancaleone alle Crociate (1970), da La stangata (1973) a Lo chiamavano Trinità (1971). Invece, prima, negli anni Sessanta, i film estivi venivano proiettati esclusivamente o Cìn'ma all'apértu nello spazio libero al centro del chiostro dei Gesuiti (nella foto). Ma di recente, con mia sorpresa, dopo mezzo secolo, mi hanno svelato² il reale nome do Cìn'ma all'apértu, era ARENA CERERE. Sapevo che negli anni Trenta si chiamasse Cinema Tripoli, ma questo (Arena Cerere) rivelatomi di recente mi era completamente sconosciuto, come era il nome della famiglia che lo gestiva, famiglia Sammartino. Siamo nel periodo in cui ancora le televisioni a Piazza si potevano contare sulle dita di una mano, quindi il CINEMATOGRAFO era vitale per tutti, grandi e piccini, poi se era sotto le stelle, méggh ancöra. Il grande schermo bianco era posizionato davanti agli archi in fondo, mentre la cabina di proiezione era dalla parte opposta che non si vede e vi si accedeva da una porticina che collegava il chiostro con la parte superiore dell'ex Collegio gesuita tramite una scala in graniglia. In quel periodo, la palestra ginnica della Scuola Media "Capuana" era al pianoterra, dietro la cabina di proiezione, poi la palestra fu trasformata nell'odierna sala di lettura della biblioteca. I film che si proiettavano per noi erano tutti GRANDI FILM, da Il buono, il brutto, il cattivo (1966) a Agente 007 Missione Goldfinger (1964), da Il sorpasso (1962) a Il Gattopardo (1963) a Rocco e i suoi fratelli (1960). E comunque, il momento magico, oltre al consueto fascio di luce multicolore che usciva dal foro nel muro (còm nan s' sa!), era quello riservato alla consumazione del super panino o mafalda con cotoletta del pranzo domenicale alle prime ombre pomeridiane. Penso che il tutto poteva paragonarsi a un viaggio odierno a Disneyland. Il "parco divertimenti" durò sino al 1966/1967, quando fu adottata anche in Italia l'ora legale. Ma tanto, dopo qualche anno, avremmo avuto il Cinema Excelsior e, se non bastasse, possiamo sempre rivederci nel favoloso film Nuovo Cinema Paradiso, tale e quale.

¹ Ancora è visibile dalla via Gen.le Ciancio la ruota in ferro, ormai arrugginita, che faceva parte del marchingegno posto sul tetto. 

² E' stato il signor Achille Muscarà su un social network.

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