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Cronarmerina - Dicembre 2015

Muliano come Fiuggi

Piazzesi alla "Fonte oligometallica" di contrada Muliano
Dal libro La valanga primogenita con il quale il canonico Filippo Piazza nel 1941 propone, stimola e auspica la bonifica ruro-biologica del territorio piazzese, rivolgendosi alle autorità più alte del regime fascista, si viene a  sapere della bontà delle oltre 800 sorgenti presenti sui nostri monti. Tra queste una viene addirittura segnalata a p. 64 per le qualità tanto particolari da essere indicata per la crenoterapia (tecnica che fa uso dei mezzi termali): <<In contrada Muliano scorre un'acqua minerale oligometallica, differente, a 20 gradi, da quella distillata appena un decimo di millesimo. A lume della scienza e all'esperimento clinico s'è già affermata d'un alto valore teraperutico>>. Segue la lettera dell'autore: <<A S. E. On. Benito Mussolini... Il Piazzese è un popolo intelligente, amante del lavoro, ma non ricco. Eppure potrebbe trovare lavoro e pane, se si proseguissero gli scavi al vicino Casale dei Saraceni e specialmente s'istituisse una stazione idroclimatica, la più bella d'Italia, in contrada Muliano (a 3 Km. dalla Città), dove esiste una nuova sorgente di acqua oligometallica, ipotonica, leggera quasi come distillata, di cui essendo un decimo di millesimo più densa a 20 gradi, riesce radioattiva, diuretica, e perciò molto utile nella prevenzione e nella cura di numerose malattie. Non può essere diversamente di quest'acqua, che lava il sangue e toglie in radice i morbi... Le mie sono idealità belle, utili al popolo, all'Italia tutta, ma non possono certamente riuscire efficaci se non saranno discipilnate dall'Eccellenza Vostra. Milano 2 novembre 1936-XV, Dev.mo Filippo Piazza>>. Nei capitoli successivi si trovano l'intervento, il ritardo e la delusione: <<La mia duplice petizione fu benevolmente accolta. Dopo la visita d'accertamento d'un ingegnere al Casale, d'ordine del Duce furono concesse Lire 30.000 per il proseguimento degli scavi (n.d.r alla Villa Romana del Casale). Frattanto si ordinò alla R. Prefettura di Enna di procedere all'esame dell'acqua di Muliano... l'esatta relazione venne trasmessa al Duce con la proposta favorevole al suo uso terapeutico. In conseguenza S. E. il Prefetto venne incaricato d'invitare il proprietario a fornirsi della concessione della sorgente e nello stesso tempo a presentare regolare domanda documentata... per ottenere l'uso idropinico di tale acqua minerale... Dall'agosto 1939 (n.d.r. data della lettera della Prefettura) ad oggi (n.d.r. 1941) nulla si è fatto per ottenere il decreto>>. Da allora non se ne seppe più nulla. Altra occasione persa per Piazza e i Piazzesi!
cronarmerina.it
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Famiglia Moac o Modica

D'azzurro col capo d'oro caricato da un elmo di verde con lambrequini volanti del medesimo.
I primi componenti della famiglia Moac o Modica, originari della Francia settentrionale, vengono in Sicilia con il conte Ruggero il Normanno, ottenendo l'investitura della contea di Modica, dalla quale traggono il nome. Nel 1161 Aquino di Moac (alias de Modica) è al comando del corpo di spedizione per combattere gli insorti contro re Guglielmo I in Terra di Lavoro (Campania). 1190 ca. Gualtiero, figlio di Aquino, è ammiraglio sotto Guglielmo II e, parteggiando per Tancredi di Altavilla contro Enrico VI di Svevia, è spogliato di tutti i suoi beni. In questo periodo i Moac divengono piccoli feudatari in tutta la val di Noto. 1270 ca. Guido è perseguitato dagli Angioini e ottiene da re Giacomo la restituzione del feudo Favarotta (presso Licata). Federico di Moac ottiene il vicino casale di Riesi e il feudo Cipolla, pertanto nel 1296 tra i feudatari di Plasia troviamo lui e il fratello Federico che possiede i feudi di Riesi e Cipolla. 1348 ca. i de Moac si attribuiscono le funzioni di giustiziere della Città. 1356 Gerlando de Moac è inviato come capitano di guerra a Caltagirone. 1380 ca. Caterina possiede la Terra di Sortino. 1398 Petruccio Lancia de Moac ottiene l'investitura della Terra di Sortino che apparteneva alla madre Caterina. 1408 Rainiero senior de Modica possiede il feudo Xilinde (oggi Friddini) e nel 1421 possiede anche i feudi Bugidrano (limitrofo a Ursitto) e Consorto. Sempre nel 1408 Giacomo de Modica possiede il feudo di Raddusa. 1437 Manfredo senior de Modica de Villardita è barone dei Salti dei Mulini. 1479 Rainiero junior de Modica vende il feudo di Bugidrano riservandosi il diritto di riscatto. 1504 Agatuccia de Modica vende il feudo Friddini a Cesare Bonanno e nel 1515 lascia in eredità al figlio, Antonio Gravina, il feudo di Consorto. 1520 Giovanni Antonio De Modica-Villardita è barone di Bessima e del Mulino di Donna Guerrera e il fratello Pietro è barone dei Salti dei Mulini. La figlia di Pietro barone dei Salti, Laura, si sposa con Bernardino Barbarino. 1556 Guidone de Modica risulta proprietario del feudo di Bugidrano avuto dal padre Pietro e che questi ha avuto da suo padre Giacomo avendolo riscattato nel 1519. 1630 Gerolamo Modica è padre gesuita docente nel Collegio di Piazza. Esiste un altro stemma di questa famiglia indicato dal Villari: d'azzurro alla campagna mareggiata d'argento, sormontata da una stella d'oro.  Gaetano Masuzzo/cronarmerina.it
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Ricerca sull'Epigrafe in Biblioteca

 
 
 
Era proprio la sera di un anno fa quando io, incoraggiato dal compianto parroco don Enzo Cipriano, dopo un'approfondita ricerca e l'aiuto indispensabile nella traduzione di due amici, prof.ssa Carmela La Bruna e prof. Antonello Capodicasa, ho avuto modo di parlare dell'epigrafe posta sul portone d'ingresso della Biblioteca Comunale. L'epigrafe in latino, murata sulla porta di quella che era stata in passato la Sala del Coro del Collegio dei Gesuiti nonché Oratorio della Confraternita dei Nobili, per tantissimi anni è rimasta lì considerata dai più solamente una comune lastra di marmo a ornamento dell'antico e prestigioso chiostro. Invece, dopo la traduzione, l'Epigrafe si è rivelata una Bolla Pontificia del 1618 di enorme importanza che io considero un vero e proprio BALUARDO DELLA CULTURA. Infatti, era l'ammonizione di Scomunica e Privazione della Voce in Capitolo che arrivava direttamente dalla Santa Sede, verso tutti coloro i quali avessero preso in prestito o sottratto i libri presenti nelle fornitissime biblioteche dei due Conventi di Francescani Riformati allora presenti a Platia, San Pietro e Santa Maria di Gesù. La Bolla era il giusto risultato delle lamentele presentate a Roma personalmente dal frate francescano Bernardino de Randazzo che, salendo dalla Sicilia, aveva fatto presente (forse più volte) dei continui saccheggi di volumi che si perpetravano presso quelle biblioteche. Per chi volesse approfondire la traduzione e scoprire ulteriori curiosità vi rimando in fondo alla pagina del blog nello spazio "Le mie ricerche già pubblicate", basta cliccare sull'immagine dell'epigrafe. Per chi non ha voglia ripropongo qui le ultime righe lette un anno fa a San Pietro: Questa indagine accurata su un "pezzo di marmo bianco" scolpito quattro secoli fa, trascurato da tante generazioni di Piazzesi e collocato da un secolo e mezzo in uno degli edifici più importanti della Città, ci deve far riflettere su quanto siamo consapevoli di quello che ci hanno lasciato nei secoli i nostri antenati e di quanti di questi "pezzi di marmo", distribuiti per il paese, conosciamo i motivi per i quali sono stati incisi e che hanno visto come incisori i nostri trisavoli. Checché se ne dica, dobbiamo renderci conto che noi siamo il risultato di quello che erano i nostri progenitori, e che i nostri discendenti saranno il risultato di quello che siamo noi. Per questo non dobbiamo trascurare la nostra storia, perché senza memoria non avremo futuro. Che è poi quello che sto cercando di attuare attraverso questo blog. 

Gaetano Masuzzo/cronarmerina.it 

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I cartelli

 
 
Altro gioco della nostra infanzia era quello che chiamavamo I CARTELLI. Intanto occorreva procurarsele e il mezzo più comune era quello di acquistarle confezionate in bustine nell'edicola in Piazza Garibaldi o nei vari tabacchini, al costo di 10 o 20 Lire, quando c'erano! L'altro mezzo, meno comune e, al dire il vero, un po' pericoloso era quello di fare BÙRG. Questo metodo illegale era usato dai ragazzi "discoli" un po' più grandi che, assistendo giocare i più piccoli, decidevano di impossessarsi delle cartelle in gioco senza chiedere permesso, al solo grido "A bùrg", arraffando il più possibile. Il termine bùrg nella nostra lingua gallo-italica vuol dire mucchio, quindi chi gridava quel termine dava l'assalto al mucchio di cartelle che si erano accumulate. L'acquisto delle cartelle consentiva di fare le raccolte, ovvero di incollarle negli album per completarli il più possibile, per poi ottenere qualche premio come quello indetto dalla FERRERO (i premi in genere erano matite a colori, astucci, penne, righe). Per questo motivo occorreva scambiare i propri doppioni con quelli degli altri, sperando di trovarli, ma era raro che qualcuno completasse la serie. Quando si mostravano le cartelle il compagno che le visionava indicava "ce l'ho, ce l'ho" oppure "non ce l'ho" quindi poteva essere scambiata. Oltre allo scambio si provava a vincerle in vari modi. Il più semplice era quello di appoggiare la figurina al muro e lasciarla andare cercando di farla cadere su una di quelle già sul terreno. Se ciò accadeva si vincevano tutte le figurine che a poco a poco si erano già posate. Un altro, più complicato, era quello di far capovolgere il mazzetto in palio con lo spostamento d'aria procurato o dalla battuta del palmo della mano o dal soffio con la bocca. Il grado di "ricchezza", di "bravura" o di "spregiudicatezza" era indicato dal mazzo di figurine che si mostrava ai compagni ogniqualvolta ci si riuniva, dopo i compiti, pa stràta o no curt'cchiu. Gaetano Masuzzo/cronarmerina.it
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I due pionieri restauratori

I sigg. Filippo Di Seri e Giovanni Anzaldi
A sx il Sig. Di Seri, a dx il Sig. Anzaldi
Eccovi nelle due foto i due pionieri del restauro della Villa Romana del Casale ricordati ieri con una targa. Sono Filippo Di Seri (1925-2008) e Giovanni Anzaldi (1925-2010) che con le proprie capacità professionali, ma soprattutto con l'amore che era dentro di loro, si sono dedicati allo scavo e al restauro dei famosi Mosaici. All'inizio degli anni '50 la Villa Romana apparteneva alla Sovrintendenza di Siracusa, guidata dall'archeologo Vinicio Gentile e dall'assistente principale cav. Vittorio Veneziano. Questi ultimi incaricarono, per le loro doti di restauratori, i due piazzesi al restauro del mosaico (strappo dei pavimenti, incorporamento su cemento armato, etc.). Qualche anno dopo, grazie alla loro esperienza diventarono Assistenti Archeologici, soprattutto durante gli scavi a Montagna di Marzo, dove riuscirono ad individuare molte tombe, dentro le quali trovarono preziosi pezzi che hanno poi arricchito le sovrintendenze di Siracusa, Agrigento ed Enna. Durante questi scavi, in particolare il sig. Di Seri, con grandi capacità lavorative, ha eseguito questi lavori, mettendo a rischio la propria vita, per tutelare e custodire i beni ritrovati dai tombaroli. Il suo tempo libero lo dedicava alla Villa, mantenendo viali fioriti, angoli pieni di verde e decori con delle scritte floreali. Altri uomini di cultura umanistica e scientifica, come il preside Vito Romano e il prof. Ignazio Nigrelli, riconobbero le capacità professionali e umane di questi PIONIERI. In seguito il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, nel 1986, conferì loro il titolo di Cavaliere della Repubblica Italiana del Lavoro.
Gaetano Masuzzo/cronarmerina.it
 
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Targa ricordo

Ieri pomeriggio alla Villa Romana del Casale, alla presenza del Sindaco uscente prof. Carmelo Nigrelli, del direttore del Parco Archeologico della Villa Romana del Casale arch. Guido Meli, dei parenti (tra i quali il prof. Pippo Di Giorgio che si è prodigato a sollecitare la targa) e di un folto pubblico, è stata scoperta una targa in ricordo di due piazzesi, che sin dagli inizi degli anni '50 si dedicarono allo scavo e al restauro dei mosaici. I restauratori erano i sigg. Giovanni Anzaldi e Filippo Di Seri che negli anni sessanta furono nominati Operarori Tecnici del Ministero dei Beni Culturali, così competenti da essere chiamati come restauratori di mosaici in tante città come Ancona, Pompei, Tindari, Siracusa, Morgantina e Gela. Nei brevi discorsi di presentazione, è stato messo in risalto la figura di questo tipo di artigiani-amatori-cultori senza i quali gli studiosi, i professori e gli scopritori di opere così importanti, non potrebbero conseguire tali traguardi importanti per la cultura e la conoscenza, ezzenziali per tutta l'umanità. Infatti, non bastano gli studi, le competenze e le genialità se non ci sono questi operai responsabili e onesti che oltre ad aiutare a restaurarli non li tutelano, rispettandoli quasi come beni dei propri diretti avi, per "traghettarli" (è il termine usato dall'arch. Meli) nei migliori dei modi alle future generazioni. Gaetano Masuzzo/cronarmerina 
 
*Nel prossimo post le foto dei due restauratori a lavoro.
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I due fotografi e altri

 
Queste sono due foto della stessa manifestazione: l'inaugurazione alla stazione dell'arrivo della ferrovia a Piazza il 7 Settembre del 1920. Mentre la foto in alto con la visuale più ravvicinata, è anonima, quella in basso porta chiaramente la firma dell'autore Foto Caponetti, per la precisione Angelo Salvatore Caponetti, conosciuto anche come "u mutu", in quanto sordo e muto. Quella in alto è dell'altro fotografo più famoso, ma sempre piazzese, Antonio Balbo, nato il 24 Febbraio 1888 e morto il 2 Settembre 1957. Del primo sappiamo che era nato a Piazza il 30 Giugno 1893 da Francesco Caponetti e Fortunata Allegra. Sposatosi nel 1916 con Ermenegilda Caponetti (forse una cugina) emigrò per breve tempo nel 1936 a Tripoli, per poi trasferirsi definitivamente nel 1950 a Torino, dove morì il 4 Gennaio 1963. La sua abitazione, dove c'era anche l'attrezzatissimo laboratorio fotografico all'ultimo piano, era in via Commenda 6 (oggi via Pietro Cagni), l'ultima traversa a sx della via Garibaldi. I due eccellenti fotografi erano quasi coetanei ma a noi sono rimaste soltanto tantissime foto di Balbo, tante da poterne fare alcune mostre. Antonio Balbo era sposato con Elvira Amoroso e il suo studio prima era in via Marconi 40 (oggi gioielleria Barbera) poi si trasferì in via Umberto 68 (dentro il cortile). Nel 1938 si adoperò con le sue foto per far conoscere i mosaici ritrovati alla Villa Romana e incentivare così ulteriori campagne di scavi, opera iniziata nel 1929 dal prevosto della Cattedrale Egidio Franchino e dal sacerdote prof. Filippo Piazza, e continuata dall'avvocato Antonino Arena nel 1945. Grazie alle foto di questi due fotografi, di cui ora sappiamo qualcosa in più, possiamo a distanza di un secolo conoscere com'era la nostra Piazza e i vizi e le virtù dei nostri avi, che poi sarebbero anche i nostri di oggi. Col passare degli anni, tra i fotografi che immortalarono generazioni di piazzesi, ricordiamo il sig. Commendatore e suo fratello con lo studio in via Roma, Totò Macrì a Sètt Cantunèri, Scucchia in via Garibaldi 70, Giuseppe Arena di Aidone in via Garibaldi 72/74, ma che aveva iniziato lavorando come ritoccatore di lastre da Caponetti, Malfa in via Garibaldi che aveva preso il posto di Arena che si era trasferito nella stessa via più in alto, Cascino Carmelo ambulante² e poi in via Garibaldi 110, Cascino Filippo allievo di Commendatore, Cascino Gaetano fratello di Filippo, Gioacchino Minuto (1894-1970) con lo studio, dove scattava foto con lampo al magnesio, in via Mazzini e l'abitazione in via Santangelo e Bruno Battacchi, prima di fronte la villa Garibaldi e poi in piazza Gen.le Cascino. Il Commendatore il più delle volte come studio usava la piazzetta accanto alla cancellata, quasi di fronte l'edicola della Madonna di via Roma. Le foto, specie quelle in primo piano per i documenti, quasi sempre si effettuavano o in mezzo alla via o in cortile per avere più luce, e dietro ai soggetti u carùsu aiutante-fotografo di turno stendeva come sfondo una tela nera, mentre u màstr armeggiava dietro al treppiede.
¹ Padre dello Scucchia commerciante di merceria nello stesso locale.
² Per richiamare l'attenzione suonava una campanella.
* I nominativi sottolineati sono stati aggiunti successivamente.
** Nel luglio del 2015 sono venuto a conoscenza di altri due importanti fotografi operanti a Piazza nei primi anni del Novecento. 
 
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Benefattore poco conosciuto

Foto del ritratto del canonico Antonino di Piazza in mostra nella sagrestia della Cattedrale

 
Lastra di pietra in ricordo del canonico Antonino di Piazza, Campanile della Cattedrale, Piazza Armerina, foto Marta Furnari 2020
 
In questi giorni un amico mi ha fatto pervenire il libro del canonico Filippo Piazza (1884-1959), La Valanga primogenita e la bonifica ruro-biologica, del 1941. Quasi alla fine del suo libro, a pag. 140, il professore di latino e greco ricorda, oltre al famoso gesuita Prospero Intorcetta, anche un grande benefattore suo antenato, Antonino di Piazza: «Ritorna sempre cara l'ombra di Antonino di Piazza che dettò a beneficio della Cattedrale le celebri parole: Vendete e fabbricate. Nel suo testamento del 1628 lascia erede universale di tutti i suoi beni la Chiesa Cattedrale, che allora s'incominciava a fabbricare. Dispose che vi si costruisse una cappella dedicata a S. Antonino, in cui si sarebbe seppellito il suo cadavere [...]. Morì nel 1638 ed ebbe sepoltura provvisoria nella chiesa di S. Antonio, dove un marmo lo ricorda moderator, cioè superiore della Confraternita dei Nobili. Dal 1746 (anno in cui fu terminata la fabbrica della Cattedrale) ad oggi i Sigg. Fidecommissari non hanno provveduto all'osservanza di tale disposizione. Si ricordino che ingenti son le sue ricchezze [...]. Secondo l'Ufficio Araldico di Palermo, egli proviene da quel Piazza tedesco, che nel sec. IX faceva servizio diplomatico da Berlino a Torino. Le sue propaggini sono diffuse dall'Alta Italia alla Sicilia per mezzo delle colonie lombarde. Nicolò Piazza nel 1739 è il primo ad avere il cognome "Piazza" e non "di Piazza", come risulta chiamarsi suo padre Domenico nell'atto di battesimo del 1709 [...] appare certo che l'indice nobilesco del "di" scomparse tra il 1729 e il 1739». Lo stesso Filippo Piazza, ma in un suo scritto del 1931, così scrive sotto la figura 13, come quella nella foto in alto, che ritrae il nostro Antonino di Piazza: «molto devoto a Maria SS. delle Vittorie, lasciò un ingente patrimonio per la fabbrica della cattedrale. Morì nel 1638 ed ebbe sepoltura provvisoria nella chiesa S. Antonio, in cui, purtroppo, giace ancora: aspetta d'essere seppellito, come dispose nel testamento del 23 agosto 1638, nella cappella S. Antonino della cattedrale, in cui istituì due cappellanie di messe quotidiane» (Filippo Piazza, Il Vessillo del conte Ruggero e la Madonna dei fascisti, Editoriale Tipografica Siciliana, Catania 1931, p. 20).
 
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Al Duomo

 

Sottostanti e indifferenti

 
Grande e maestoso sovrasti 
da sopra il Monte l'intero paese.
 
Al tramonto le tue pietre s'arrossano
di un caldo colore e ti illumini 
come il sole, caldo e immenso. 
 
Per la tua esistenza 
tanta gente t'ha voluto,
per la tua longevità
tanta gente t'ha curato e venerato.
 
Ogni forestiero ti ammira
e chiunque sia passato t'ha reso onore.
 
Dalla tua alta sommità 
la croce sembra toccare il cielo,
così lontana da noi
che le stiamo sottostanti e indifferenti
come mai nessun altro che ci ha preceduto.
 
4 marzo 1987                      Sergio Piazza

 

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Nel busto di Dante

 
Per noi che siamo stati studenti all'Istituto Magistrale "F. Crispi" di Piazza, quello nella foto è un ricordo che difficilmente potremo dimenticare, insieme al nostro prof. Carlo Bondì grande studioso che ostinatamente ce lo voleva far conoscere nei minimi particolari. Ma noi eravamo pronti persino a tesserarci alla Società Dante Alighieri pur di rimandare le interrogazioni, c'è chi ha investito nella Società fior di quattrini in quegli anni. Il busto in marmo del grandissimo poeta Dante Alighieri lo incontravamo ogni mattina al suono della campana a sinistra della grande entrata del prestigioso Istituto, col bidello sig. Di Dio accanto. Dopo la maturità lo abbiamo perso di vista, sino a quando lo abbiamo ritrovato alla Biblioteca Comunale e, ancora dopo dal Dicembre 2011, nel vestibolo della Pinacoteca Comunale, con tutto il basamento. Ma non tutti, anzi nessuno, avevamo letto cosa ci fosse scritto su questo enorme blocco di marmo, scolpito dall'artista Francesco Messina (Palermo ? - Palermo 1914) conosciuto per alcuni monumenti funerari a Palermo e Agrigento. A distanza di 43 anni c'è voluta una enorme dose di curiosità per leggere da vicino tutte le parole che, anche se scolpite, si confondevano col bianco del marmo. 
Eccovi la scritta completa indicata nella foto dalla freccia gialla:
al centro, sul libro scolpito in rilievo, Divina Commedia, poi in basso
 
IL CULTO DI DANTE
GUIDO BACCELLI¹
RIDESTAVA IN ITALIA
 
LA R. SCUOLA NORMALE DI PIAZZA ARMERINA
DIRETTRICE MARIA ROMANO
 
LA GENIALE IDEA SECONDANDO
AD OMAGGIO DEL DIVINO POETA
 POSE
 
XXIX GIUGNO MDCCCC 

¹ Guido Baccelli (1830-1916), medico e politico italiano, umanista e appassionato di antichità classica che, tra le tante iniziative, promosse i restauri del Pantheon e diede impulso determinante agli scavi di Pompei. Inoltre, fu tra i protagonisti principali nella lotta alla malaria e tra i primi a usare sistematicamente lo stetoscopio. Tra gli uomini di Stato più influenti in Italia, ricoprì la carica di ministro della pubblica istruzione per 6 volte tra il 1881 e il 1900.

N.B. Nell'aprile del 2016 il prof. Marco Incalcaterra ci ha fatto conoscere l'esistenza della pubblicazione di 10 pagine di Maria STELLINI MARESCALCHI, DISCORSO in occasione dell'inaugurazione del monumento a DANTE ALIGHIERI nella R. Scuola Normale di Piazza Armerina, Tipografia G. Bologna La Bella, PIAZZA ARMERINA 1900. La Signora Maria Stellini fu la moglie del commendatore Lorenzo Marescalchi, fratello del deputato e senatore Luigi (1857-1936).
In questo sito anche Ah, sommo padre Dante!
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