Cronarmerina - Poeti e Poesie

Edicola n. 65

L'Edicola Votiva n. 65 si trova in via Don Milani, prima chiamata via Padova. Il cambio di denominazione avvenuto alcuni anni fa, ha creato non pochi disagi agli abitanti. Sarebbe stato più accorto lasciare il nome precedente e dare il nuovo a un'altra via nella parte della città in espansione, a nord e a sud. Infatti, tutti la continuiamo a chiamare via Padova. Anche la targa stradale "Via Padova" non ne vuole sapere del cambio, ancora fa bella mostra sul muro all'angolo delle Scuole elementari di San Pietro. L'edicola si trova sul muro di recinzione accanto all'ingresso di un'abitazione, salendo sulla dx. Nella nicchia chiusa da uno sportello di ferro e vetro, ci sono le tre statuette della Sacra Famiglia e nel complesso è mantenuta in buone condizioni.

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Fontana 2 Torre di Renda/n. 69

Questa è la 2^ Fontana presente nell'Azienda Agrituristica "Torre di Renda". È la fontana con mascherone che abbellisce il bordo della piscina, ma dal tubo in metallo del mascherone non fuoriesce acqua. Nella 1^ Fontana , già nel mio censimento, racconto la storia della zona e parlo dei proprietari dell'Azienda, a pochi chilometri dal centro di Piazza, dal Gran Priorato di Sant'Andrea e dal Convento e Chiesa francescana di Santa Maria di Gesù. 

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Stemma Starrabba/Virgilio ai Cappuccini

Lapide con stemma Starrabba/Virgilio e iscrizione del 1769, chiesa dei Cappuccini, Piazza Armerina

Particolare dello stemma Starrabba/Virgilio del 1769, chiesa dei Cappuccini, Piazza Armerina

Questo stemma si trova ai piedi dell'altare maggiore, sul pavimento, leggermente a sx, della chiesa di Maria SS. delle Grazie di Piazza Armerina. La chiesa era già stata costruita sul piano Sant'Ippolito, quando i frati francescani Cappuccini, alla fine del Cinquecento (1592), si trasferirono dalla località Rambaldo, precisamente dal sito chiamato appunto Cappuccini Vecchi occupato dal 1538, in alcuni locali accanto. Ben presto il convento, iniziato a costruire nel 1603, divenne il principale Convento della provincia con annesso Studio Pubblico, per l'istruzione della gioventù piazzese nobile e, raramente, meno nobile. La chiesa fu adibita, come tutte le altre, a luogo di sepoltura per frati e nobili laici, tra questi alcuni appartenenti alle famiglie Crescimanno, Trigona e Starrabba, come ci dimostra lo stemma con un'iscrizione nelle foto. L'iscrizione ci fa sapere che questa lapide è stata posta da Gaetano Maria Starrabba III principe di Giardinelli conte di Scibini, nato nel 1725 e morto nel 1796 (ecco perché lo stemma famiglia Starrabba¹ a sx) affinché i posteri ricordassero che il 14 agosto del 1769 morì la moglie, sposata nel 1754, Maria Teresa Virgilio dei baroni di Sant'Alfano² (ecco perché lo stemma col giglio della famiglia Virgilio³ a dx), nata a Palermo nel 1736. Ma l'iscrizione non dice che la principessa, morta a soli 33 anni, fu sepolta in questa chiesa. Come ci fa sapere Francesco San Martino De Spucches, nella sua opera La Storia dei feudi e dei titoli nobiliari di Sicilia dalla loro origine, Maria Teresa Virgilio «è sepolta a Piazza nella chiesa di Santo Stefano». Gaetano Maria Starrabba era il nipote di Vincenzo Starrabba I principe di Giardinelli nel 1711, proprio quello a cui fu intitolata a stràta ô Prìnc'p (la strada del Principe) l'odierna via Garibaldi. Ma Gaetano Maria (vedi ritratto), piazzese battezzato nella chiesa di Santo Stefano dallo zio don Giuseppe Maria Starrabba prevosto del Duomo nel 1742, è ricordato, assieme al fratello Vincenzo (1730-1803) conte e marchese di Rudinì, per aver chiesto nel 1756 la prima licentia populandi (autorizzazione) per la fondazione nel loro feudo di Scibini del comune di Pachino (SR). Nel 1758 la licentia verrà confermata e, quindi, nel 1760 seguirà il Regio Diploma definitivo, che consegnerà a Gaetano Maria, oltre al titolo di Conte, il privilegio di occupare il seggio baronale nel Parlamento del Regno a Palermo. I due fratelli sono sepolti nella chiesa madre del SS. Crocifisso di Pachino.   

¹ Lo stemma rappresenta una sfera armillare o astrolabio sferico d'oro, usato per mostrare il movimento delle stelle attorno alla Terra, su un piedistallo d'oro. Scienziati del Rinascimento (dalla metà del Trecento alla fine del Cinquecento) e altre figure pubbliche spesso si facevano ritrarre con in mano una sfera armillare, che rappresentava le vette della saggezza e della conoscenza.

² Il padre si chiamava Giuseppe, la madre Emmanuela Battaglieri. 

³ «Lo stemma di questa famiglia Virgilio è l'istesso della famiglia Entensis dei conti d'Ampurias, come riferisce il sopracitato Giovanni Ritonio, ed è un giglio diviso, mezzo rosso, in campo d'oro, e mezzo d'oro in campo rosso» (Francesco Savasta, Il famoso caso di Sciacca..., Tip. di Pietro Pensante, Palermo 1843, p. 133).

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Edicola n. 64

L'Edicola Votiva n. 64 si trova in via Sascaro al Monte. Precisamente alla fine della via che arriva in piazzetta Misericordia. Realizzata di recente in mattonelle di ceramica, è racchiusa in una nicchia, che sembra una finestra, da uno sportello in ferro e vetro. Col riflesso non si vede bene cosa sia rappresentato nelle mattonelle, ma se ci si avvicina si scorge la Sacra Famiglia. Per come è stata realizzata e per come è tenuta, mi sento di complimentarmi con la famiglia che abita nell'edificio. Siamo a pochi passi dalla Cattedrale e altrettanto vicini da diverse chiese che oggi non esistono più, quella della Misericordia e quella di San Marco. La via che prende il nome dalla chiesa della Misericordia è da considerare la prima stràta mastra della nostra città. Infatti, era la strada principale per dimensioni e importanza, perché nel XIII secolo collegava i due edifici più importanti di quei tempi, la prima chiesa di Piazza, San Martino di Tours, col castello di Piazza, poi convento francescano nonché ospedale "Chiello". La strada per l'esposizione a mezzogiorno e per i frutti che vi si potevano essicare al sole in quantità, era chiamata dai nostri antenati che vi abitavano a stràta d' li chiàppi, ovvero la strada di passulöngh, dei fichi secchi.  

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A S. Lucia il Bambino Gesù di Praga

Nella foto c’è la statua del Bambino Gesù di Praga che oggi si trova nella chiesa di Santa Lucia ai Canali. È la copia della statuetta lignea e ricoperta di cera, la cui venerazione è dilagata in tutto il mondo cattolico, dopo che la principessa Polyxena di Lobkowitz, ricevuta come dono di nozze dalla madre spagnola Maria Manrique de Lara y Mendoza (1538 ca.-1608),  la donò ai frati Carmelitani scalzi di Praga nel 1628, dove si trova collocata nella chiesa di S. Maria della Vittoria. A Praga, inoltre, sono conservati una gran quantità di vestiti per il santo Bambino donati da Governi di tutto il mondo. Sebi Arena il 13/12/2017 su Facebook ci fece sapere che «La statua era collocata nel primo altare di destra della chiesa di S. Maria d'Itria prima del rovinoso crollo di una decina di anni fa. Quando ero bambino si faceva una piccola processione sul sagrato della chiesa dove si bruciavano in un braciere i "fioretti" che avevamo fatto».

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Corbezzolo, uno spettacolo... storico!

                           Il corbezzolo e i suoi frutti

Proprio in questo periodo dell’anno, un albero diffuso in tutta l’area mediterranea, dopo la sbocciatura a grappolo di piccoli fiori bianchi a campanula, ha prodotto dei frutti tondeggiandi di un bel rosso acceso, come quelli nella foto. Si tratta dell’Arbutus unedo o Àlbatro, altrimenti conosciuto in Italia come Corbezzolo (Salernitano), a Piazza ‘Mbriaccòt (Ubriaco). È un albero di modeste dimensioni dallo sviluppo disordinato e con fogliame brillante sempreverde col margine seghettato, il cui fusto è un ottimo combustibile per il riscaldamento casalingo, ma il suo utilizzo maggiore è per gli arrosti grazie alle sue caratteristiche aromatiche. Il corbezzolo è un legno molto robusto e pesante, e si racconta che nell’antica Grecia fosse ricercato per tornire dei piccoli flauti. Per il bel colore vivo delle bacche, in contrasto con la chioma brillante, l’albero è denominato "pianta dell'ospitalità", perché posto solitamente all'ingresso delle dimore dei feudatari, in prossimità dei cancelli, era il benvenuto adeguato per gli ospiti. Oltre allo scopo decorativo, esiste quello di ottenere dei buoni frutti dal sapore molto dolce da consumare crudi o in marmellata. Il sapore però per alcuni è fastidioso, ecco da dove deriva il termine unedo. Plinio il Vecchio, in contrasto con l'apprezzamento che in genere riscuote il sapore del frutto, sosteneva che esso fosse insipido e acidulo (ricorda i frutti del Sorbo) che quindi dopo averne mangiato uno (unum = uno e edo = mangio) non viene voglia di mangiarne più. Pertanto, al nome dato da Virgilio, che nelle Georgiche lo chiama semplicemente Arbustus (Arbusto), si aggiunge quello di Plinio, unedo. I frutti, come si è detto, si possono consumare direttamente, farne delle confetture o delle mostarde o, conservandoli sotto spirito, dei liquori. Ed è proprio con la fermentazione che forniscono una buona acquavite, dal cui distillato si ricava una bevanda alcolica. Da ciò nasce il nome piazzese ‘Mbriaccòt (che fa ubriacare). Attorno a questo bellissimo albero, esistono diversi aneddoti e curiosità. • La rudimentale barella di Pallante, figlio di Evandro e grande compagno di Enea, con cui fu portato “fuori dalla pugna” venne intrecciata con rami di Corbezzolo. Pallante era stato il primo ad avvistare la nave dei profughi di Troia, guidati da Enea, che risaliva il Tevere. Fu poi ucciso da Turno, re dei Rutuli. Quest’ultimo, sfidato da Enea in combattimento, venne a sua volta sopraffatto e ucciso consentendo così ad Enea di vendicare la morte del suo grande amico. Successivamente Enea sposò Lavinia, figlia del re Latino, che però prima era stata promessa a Turno. Dopo questi fatti venne fondata la città di Lavinia, che dovrebbe essere l’odierna Pratica di Mare. • Forse partendo anche da questi lontani spunti, vari Autori indicano come il Corbezzolo fosse poi divenuto un albero risorgimentale. Quindi un simbolo dell’Unità d’Italia per la sua storia, ma anche e soprattutto per i suoi colori autunnali delle foglie (verde), fiori (bianco) e frutti (rosso), che rievocano quelli della bandiera della Repubblica Cispadana prima (Tricolore orizzontale, Reggio Emilia 23 dicembre 1796), della Repubblica Cisalpina poi (Tricolore verticale, 7 gennaio 1797) e, infine, del Regno e della Repubblica Italiana. Ecco perché il corbezzolo è chiamato anche “la pianta di Garibaldi”. • Il Monte Cònero, dal nome greco del Corbezzolo (κόμαρος - pron. Kòmaros), è il promontorio sulle cui pendici settentrionali, dove la vegetazione è appunto ricca di arbusti di quest’albero, sorge la città di Ancona. Qui una secolare tradizione voleva che gli abitanti della zona accorressero nel giorno dei santi Simone e Giuda (28 ottobre) nelle selve per cibarsi abbondantemente dei frutti del corbezzolo incoronandosi dei rami della pianta, perpetuando così un rito bacchico rivisitato in chiave cristiana. Oggigiorno la festa del corbezzolo non è più celebrata ufficialmente, ma gli abitanti della zona del Cònero amano ancora recarsi nei boschi del promontorio per raccogliere i corbezzoli durante le belle giornate autunnali. • Un ramo di corbezzolo con due frutti è rappresentato nello stemma della Provincia di Ancona, a indicare la particolarità geografica maggiore della zona. • La città di Madrid ha come simbolo un'orsa poggiata su di un albero di corbezzolo. • Il poeta latino Ovidio parla del corbezzolo descrivendo la vita nell'età dell'Oro:

«Libera, non toccata dal rastrello, non solcata
 dall'aratro, la terra produceva ogni cosa da sé
 e gli uomini, appagati dei cibi nati spontaneamente,
 raccoglievano corbezzoli, fragole di monte,
 corniole, more nascoste tra le spine dei rovi
 e ghiande cadute dall'albero arioso di Giove».

• Le leggende raccontano che rami di corbezzoli messi sugli usci servissero per proteggere le stalle e le culle dei neonati. Si narra di una vicenda mitologica in cui le strigi, strani uccelli con il becco da rapaci e le penne tutte bianche (si diceva fossero donne trasformate così, per magia!) tentarono di aggredire la culla di Proca, l’erede al trono di Alba Longa. Però con filtri magici, e un ramo di corbezzolo appunto, le nutrici riuscirono a salvare il bimbo dall’attacco delle predatrici.
• Da ultimo segnalo, anche per una certa somiglianza di forma dei frutti (che sono inconfondibili palline di colore rosso) che questi vengano associati alla dizione toscana di “corbelli”. Quindi si esclama: “non rompere i corbezzoli”, alludendo però a qualcos’altro!

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Fontana Park Hotel/n. 68

Questo è il mascherone della Fontana n. 68 presente presso il Park Hotel Paradiso. Si trova in c.da Sant'Andrea, appena varcato l'ingresso della grande struttura alberghiera, sulla destra. Anche se nella bocca del mascherone in terracotta c'è un grosso tubo, da questo non fuoriesce l'acqua. Tanti anni fa, quando la struttura aveva cambiato il nome da Villa Assunta a Park Hotel Paradiso, poco metri dopo questa fontana, c'erano gli unici campi da tennis usufruibili della città. Oggi la struttura offre una piscina all'aperto in estate e una al coperto in inverno.

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