Cronarmerina - Titoli della Città

Visti dagli altri/8

Panorama di Piazza Armerina da Est, anni '50

Il prof. Lorenzo Zaccone originario di Modica (RG), dalla metà degli anni '40 e sino al 1958, insegnò Lettere nel nostro Liceo Classico e alla Scuola Media. Nel 1947 si sposò con una professoressa piazzese, Anna Maria Cerasuolo, per poi trasferirsi a Milano. La loro carriera scolastica la concludono a Siracusa per motivi di salute e, una volta in pensione, si ritirano a Vittoria (RG). Nel 1997 il professore, che si era dedicato alla realizzazione di opere di geografia, pubblica il libro di racconti TRA FILARI DI VITI, Serarcangeli Editore, ROMA 1997, di cui ne dona una copia alla nostra Biblioteca Comunale. Leggendo il libro, mi sono accorto che l'ultimo racconto, AFFRESCHI, è ambientato a Piazza, che lui ha conosciuto molto bene. Ecco come descrive a p. 72 Piazza Armerina: <<Piazza Armerina è una cittadina di provincia tra le più interessanti di Sicilia. Strade strette e a saliscendi, scalinate, miniature di marciapiedi, casette appollaiate l'una sull'altra nel dedalo delle viuzze medievali tra la Castellina e il Monte; chiese millenarie, misticamente povere e disadorne come San Martino, o fastose di affreschi come il Gran Priorato dei Cavalieri del santo Sepolcro, "emblema dello splendore e della decadenza di una delle più importanti prelature della Sicilia"¹; gioielli di arenaria giallo-rosata che si fondono con la possanza della torre del Carmine e la levità del campanile della Cattedrale; archetti gotico-catalani che si aprono a spaziosi corti interne, bifore di palazzetti tardo-rinascimentali, sfarzone balconate barocche. Questa è Piazza Armerina, ma ogni tanto è anche una misera finestrella aggettante, ornata da un vaso di terracotta - che in questa terra si chiama ancora grasta, come nel Trecento - magnificato da esuberanti cespi di basilico e legato agli affissi con fil di ferro, quasi fosse una preziosità da difendere, come nella lamentazione per la sventura di Lisabetta: "Qual esso fu lo mal cristiano che furò la grasta?..."². Anche la parlata, in questa città, ha una sua caratteristica particolare. Qui, di fatti, si parla un idioma gallo-italico, la cui tradizione risale agli albori del secondo millennio, quando gruppi di cittadini delle Marche monferrine vennero in Sicilia, al seguito degli Aleramici, e si stanziarono in alcune località isolane³ ove persiste sino ad oggi un linguaggio e soprattutto una cadenza che si distingue nettamente dal quella del robusto, corposo, sanguigno dialetto siciliano, per una sua vellutata morbidità, specie nella pronuncia delle consonanti doppie e delle sibilanti, dette quasi come una carezza>>. 

¹ I. Nigrelli, Piazza Armerina medievale.

² (Decameron - g. IV, 5.)

³ Piazza Armerina, Aidone, Sperlinga, Nicosia, San Fratello...

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L'avvocato Alceste Roccella

Ritratto avv. Alceste Roccella (1827-1908), Nicolò Velardita, Municipio Piazza Armerina

L'avv. Alceste ROCCELLA
Nel novembre del 2017, mi è stato possibile consultare parte dell’opera di cui avevo sentito tanto parlare da quando mi occupo della storia della mia Città. Infatti, gli storici contemporanei Litterio Villari e Ignazio Nigrelli hanno citato continuamente nei loro lavori quest’opera scritta nella seconda metà dell’Ottocento e che raccoglie notizie su Piazza relative a quel periodo e ai secoli precedenti, sino al 1902. Si tratta dei tre, di sette volumi, della “Storia di Piazza per Alceste Roccella” che sono stati acquisiti dal Comune nel novembre del 2012. I frontespizi originali dei tre volumi manoscritti sono: Vol. 3 Storia di Piazza Per Alceste Roccella Uomini Illustri; Volume Terzo Chiese conventi ed istituti di Filantropia in Piazza Per Alceste Roccella; Storia di Piazza Famiglie nobili Vol. 5 Per l’Avv. Alceste Roccella. Avendo tra le mani questo prezioso e unico materiale, perdipiù due dei tre volumi trascritti in pdf, ho potuto finalmente redigere le biografie dei due fratelli Roccella, l’avvocato Alceste e il notaio Remigio, ai quali è stata intitolata la Biblioteca Comunale. La biografia dell’avvocato Alceste, non essendo stata da lui stesso compilata e inclusa nella sua opera, l’ho potuta solo accennare, mettendo però un po’ di ordine nelle date anagrafiche. Di Alceste Vincenzo Roccella, secondogenito¹ di Rosario e Vincenza Cammarata², come data di nascita avevamo l’1 luglio 1827 (su un quadro con il suo ritratto in Municipio - nella foto) e solo il 1830 in L. Villari3; per quella di morte il 28 settembre 1908 nel quadro citato, il 1907 nel Villari4. Invece, all’anagrafe la nascita è registrata il 10 luglio 1827, la morte il 28 settembre 1908. Nell'atto di morte l'avvocato risulta "celibe", ma, se non si tratta di un omonimo, nel suo volume in pdf “Storia di Piazza Famiglie Nobili”, alla nota 111 di pag. 121 della famiglia "Ramo di Antonino Trigona, barone Geraci" è scritto <<Placido sposò Maria Natoli e non ebbe figli. Amalia sposò Giuseppe Calefati ed ebbe Michele Calefati Trigona e Concetta impalmò ad Alceste Roccella senza aver prole>>. Alceste, secondogenito dopo Giuseppe (notaio, 1825-1902) e prima di Remigio (notaio, 1829-1916), dopo aver preso parte ai moti antiborbonici del 1848, nel 1860 fu tra i 34 componenti del Comitato Rivoluzionario che guidò i moti per l’Unità d’Italia. Nel 1861 era già un avvocato che difendeva il Comune di Piazza5 e nello stesso anno era consigliere comunale, assessore supplente e componente della Commissione Comunale per la segnalazione al Ministero della presenza di biblioteche, oggetti d’arte e pitture. Consigliere comunale anche nel 1874, fu nominato ispettore onorario dei monumenti e degli scavi, nel 1877 amministratore delle congregazioni di carità dell’Ospedale Chiello e nel 1878 presidente dell'istituendo Asilo infantile sotto la sindacatura del fratello Remigio. Nel 1881 organizzò il primo scavo ufficiale del Casale, sotto la direzione dell’ing. Luigi Pappalardo6. Grande cultore della storia di Piazza, il Roccella scrisse e pubblicò: I Templari e gli Spedalieri in Piazza Armerina, P. Arm. 1878 (presente nella Biblioteca Comunale); Osservazioni sui ruderi esistenti nella contrada Casale, P. Arm. 1883; Il Gran Priorato di Sant’Andrea ed i monasteri benedettini in Piazza Armerina, P. Arm. 1883; Storia di Piazza Armerina in 7 volumi manoscritti inediti largamente utilizzata dagli studiosi successivi. A conclusione della biografia, purtroppo molto breve per un piazzese così illustre, deduciamo dai suoi manoscritti che smise di scrivere quasi del tutto a 75 anni, nel 1902, sei anni prima di morire. Inoltre, dai certificati sappiamo che nacque quando la sua famiglia era domiciliata nella Strada del Collegio7 e morì al n. 6 di via Arco Geraci, una traversa di via Monte. Nel dicembre del 2000 la Città di Piazza Armerina tramite l'Assessorato ai Beni Culturali gli intitola8, assieme al fratello Remigio, la Biblioteca Comunale sita al piano terra dell'ex Collegio dei Gesuiti, inoltre gli è stato intitolato il piano che va dall'atrio Municipio alla piazzetta Fundrò.  

¹ Dopo Giuseppe e prima di Remigio.

² Nel volume Uomini Illustri è riportato Camarata (con una "m") 12 volte su 14 e 7 su 9 in quello delle Famiglie Nobili;

³ Storia breve di Piazza Armerina, 1995, p. 83;

4 L. Villari, op. cit.;

5 L. Villari, 1981, p. 514 n. 85;

6 Inviato dall'Ufficio delle Antichità di Agrigento nel 1884 effettuò scavi anche in territorio di Aidone, che lo portarono alla pubblicazione dello studio La Contrada di Serra Orlando presso Aidone, dove riteneva che poteva trattarsi di Sergentium

7 Oggi via Vittorio Emanuele II;

8 Esiste una fotocopia della brochure con l’invito alla Cerimonia di Intitolazione del 15 dicembre 2000.

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S' avéss a dì: Avöma

La sigla “Ema”¹, alla ribalta in questi ultimi giorni, ha dato lo spunto al prof. Tanino Platania per comporre un’ironica poesia a ciaccësa.

             Ema

A paròdda Ema,
a via d' ddà,
vò dì: European Medicines Agency,¹
a via d' zzà,
nû ciaccés 'ncaucà,              
vò dì : “Dobbiamo”.

            P' dì u fàit a ver'tà
s' avéss a dì: Avöma,  
ma giacché a gnurànza, zzà,                    
romp a d'vuziöngh' 'mpùru a sant’tà,       
       -'mpùru a ddéngua è a l’egua e ad ô stravént-                               
'nciudöma 'n'ogg e fasgiöma fìnta ch' ggh' sta.  
   
Sci! Tanti vòti, ungh'ad â fèr fìnta d' nènt,       
ma non pò felu eternamènt.                          
'N ogn cosa ggh' vò u minacunsént,
ancu p'rchì,  ié nan sign sbagghià                     
e p' cöss voggh' dì a cosa còm sta.
                  
Dî  témpi e mòdi
nan  serv a dì,
ma dâ  förma scì.
Avöma: förma du vèrb avèr   
quànn vulöma dì ch' simu assai,
tanti, p’ giusta règula, au mènu döi,
ma non söi p'rchì, quann sènt: Ema
p' mi, cangia a sunàda e d'v'nta:  ié  sö.

            "Ema fèr", "ema annèr", "ema dì"          
e, a ccuscì, via discènn,     
certùni, cu sta speci d’ cugghiuniamént,
ô ciù d’ voti vonu p’gghiè pô cù ad â gènt…
             …Fasgéss’nu meggh’ a dì:
"tu è fè", "tu è annè", "tu è dì"…
 
Öra, parràn d' poch e d' nènt,          
cèrti amisgi e cèrti parénti
ànu ‘na böcca a m’d’sgìna dî serpenti.                               
Giùst p' iéddi, allöra, stè a via d’ ddà     
e méggh p' mì, nan sent'li ciù, a via d’ zzà.

              Tanino Platania

¹ Agenzia europea per i medicinali.

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La Sicilia della Cerasuolo/2

Dopo la lirica GENTE DI SICILIA, sempre dalla raccolta Il fiore all'occhiello del 1987, eccovi DONNE DI SICILIA (a p. 78), I BIMBI DELLA MIA TERRA (a p. 77) e I VECCHI DELL'ISOLA (a p. 76) della poetessa Anna Maria CERASUOLO ZACCONE (P. Armerina 1917 - Vittoria 2002). Le liriche sanno cogliere in maniera semplice e chiara i tratti essenziali dei Siciliani. 

DONNE DI SICILIA

Languide e vibranti
nascondono
sotto ciglia di gazzella
il fuoco che le divora
e le rende
pavide e ansiose
al pensiero d'un bacio.
Ma non c'è fretta in loro.
Sanno tendere le reti dorate
ai sogni della vita
e pazienti attendere
l'ala che vi batterà contro
furtiva.
Poi non indulgono più ai giochi.
D'amore si può morire.

I VECCHI DELL'ISOLA

I vecchi sono solenni
come patriarchi.
Negli occhi spenti
si specchia la vita
e il cuore si scalda
al calore dei figli
che vigore hanno
di giovani querce.

Siedono taciturni
in placida attesa della morte,
e i ricordi s'alzano al vento
come le spirali di fumo
delle pipe di terracotta.
E guardano...

Volano uccelli nel cielo;
intrecciano speranze
i fervidi fanciulli.

I BIMBI DELLA MIA TERRA

I bimbi della mia terra
hanno gli occhi neri
e splendenti.
Razzolano come uccelli
tra i cortili e le strade
e trafficano,
seri e mocciosi,
coi loro giochi segreti.
La luce grande del sole
non li abbaglia:
essi stessi son luce.

Anna Maria CERASUOLO ZACCONE, 1987

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La Sicilia della Cerasuolo/1

Nella seconda parte del volume-antologia POESIE della poetessa Anna Maria CERASUOLO ZACCONE (1917-2002) troviamo a p. 74, nella raccolta Il fiore all'occhiello del 1987, la lirica GENTE DI SICILIA, nella quale lei fa un quadro reale, sincero e crudo di noi Siciliani.

GENTE DI SICILIA 

La mia gente porta,
su un volto di pietra,
solchi d'affanni
misteri di notti
fierezza di stirpi
disinganni di schiavi.
Gli occhi che ardono
indagano e dicono
senza che il labbro
n'abbia un sussulto.
Espressa da un suolo
di biade e di sterpi,
avvezza a tempeste
di vento sonoro,
sorrisa da cieli
battuta da mari,
conosce miserie
grandezze ed orrori,
deliri d'aranci
sommosse di cuori,
la terra che trema,
il fiume di lava.

La mia gente!
Tutto possiede:
e l'odio e l'amore,
l'antico retaggio
del bene e del male.
Tra solchi di grano
sorride una fiamma,
ai rovi di more
s'intreccia la rosa.
Le case aggrappate
su rocce scoscese,
bandiere di panni
svettanti all'azzurro
e l'afa che sbianca
la terra e gli ardori.

La mia gente!
Tutto essa vive:
il cuore che piange,
la mano che uccide,
l'obbrobrio di grinte
che affilano lame.
E luci improvvise
di zappe e d'aratri,
sudore di fronti,
sorrisi di madri.
Il pane fumante
su tavole nude,
il vino che ferve,
l'ulivo che tace.

Questa è la gente,
la mia gente che porta
su un volto di pietra
il cuore del mondo
e l'ansia del Cielo.

Anna Maria CERASUOLO, 1987

Altre poesie della Cerasuolo in La Sicilia della Cerasuolo/2.

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Il marito della poetessa Cerasuolo

Prof. Lorenzo Zaccone (1920-2015), per molto tempo insegnante a Piazza Armerina

Dopo la poetessa prof.ssa Anna Maria CERASUOLO è d'uopo ricordare suo marito, il prof. Lorenzo Salvatore Emilio ZACCONE. Nato a Modica (RG) nel 1920 studiò a Padova per poi laurearsi in Lettere a Catania. Insegnante di Lettere al Liceo Classico e alla Scuola Media di Piazza Armerina, si conosce con la prof.ssa Anna Maria Cerasuolo che sposa, sempre a Piazza Armerina, il 30 luglio 1947. Dopo 11 anni si trasferisce con la moglie a Milano dove diventa Preside in una Scuola Media sino al 1973, quando i due coniugi decidono di trasferirsi per motivi di salute a Siracusa, dove concludono la loro carriera. Anna Maria e Lorenzo si trasferiscono nella città natale di lui, Vittoria (RG), dove trascorrono gli ultimi anni della loro vita. Lei muore nel 2002, lui 13 anni dopo, nel 2015. Anche il prof. Lorenzo ha scritto per alcune Case editrici per la realizzazione di opere di geografia e nel 1997 pubblica il libro di racconti, donato dallo stesso alla nostra Biblioteca Comunale, TRA FILARI DI VITI, Serarcangeli Editore, ROMA 1997. Nelle ultime pagine, il racconto dal titolo AFFRESCHI lo ambienta a Piazza Armerina, città che conosce molto bene. Monumenti, chiese, strade, alunni, insegnanti, artigiani, usanze e abitudini degli anni '50 per lui non hanno segreti, tanto da farne un palcoscenico alla rappresentazione che ricorda molto parte della sua vita. Ecco il brano dove parla della festa paesana annuale: <<Fu il tre di maggio, verso mezzogiorno, che il vecchio professore Castrjanni cominciò a morire... C'era, nella strada-mastra, in quell'ora, un silenzio profondo, cupo... "A Piazza vecchia, a Piazza Vecchia" era stato il grido delle recenti ore trascorse, un grido di richiamo annuale ad una memoria di secoli, ad un evoè avvolto in una parvenza di devozione, a nuove Ambarvalia mistificate dalla credenza nel miracoloso ritrovamento di una icona bizantineggiante tra i ruderi della città antica. "A Piazza vecchia, a Piazza vecchia." La fiumana chiassosa, snodatasi pigramente per ore, dal Piano Castello al "pertuso" della Castellina, dal Casalotto all'Altacura, era finalmente divenuta solo eco lontana e sulla città gravava ora un'angosciosa stasi sepolcrale e la cruda evidenza di un uggiolante cane randagio>>. E dove parla dei Mosaici della Villa Romana del Casale: <<"Qui" diceva "oggi voi vedete una selva di olivi e nocciòli e questo sentierucolo sassoso che l'attarversa e ci porta al Casale dei Saraceni; ma qui un giorno si aprirà una strada larga e agevole; qui, quando la nostra costanza e l'opera di tecnici esperti, liberandoli dalla massa di terriccio che li nasconde da secoli, avranno interamente restituito alla luce i tesori d'arte di una villa romana forse imperiale; quando verranno adeguatamente protetti, per sottrarli all'inclemenza delle stagioni e alle insidie dei vandali, gli spelndidi mosaici policromi che decorano, con sfarzosa varietà di temi, le stanze, i saloni e gli ambulacri di questa villa; qui verrà gente da ogni parte del mondo. Sarà un tempo felice quello per la nostra terra, ma voi potrete averne beneficio solo se sarete preparati a viverlo, come uomini e come cittadini, perché in quel tempo toccherà a voi, al vostro ingegno, al vostro impegno, salvaguardare e continuare l'opera che noi abbiano cominciato>>. E dove parla della Casvarìa, l'odierna via Marconi in pieno centro storico: <<La Casvarìa è un breve e largo tratto di strada che dalla piazzetta di Fundrò conduce al bivio dei Sette Cantoni. In mezzo di cento metri vi si affacciano tre farmacie, una banca, la società operaia, due botteghe di barbiere, una decina di negozi e un paio di caffè. A Piazza Armerina tutti passano dalla Casvarìa, tutti si incontrano alla Casvarìa. Anche due maestrine, ogni sera, nelle giornate clementi, tra le sette e le otto, attraversavano la Casvarìa. Camminavano svelte, l'una sotto braccio all'altra, guardando sempre avanti e rispondendo solo con un leggero cenno del capo al saluto dei conoscenti. Quando però arrivavano davanti al caffè di Oreste Marino, non potevano evitare di volgere gli occhi verso Ninì e Peppino che stavano a fissarle con intensità. Le due giovani donne si stringevano di più, l'una con l'altra, e rallentavano un po' il passo. Fèmia e Rosella erano cugine e amiche indivisibili>>.

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Edicola n. 57

L'Edicola Votiva n. 57 nella foto si trova nei pressi della chiesa dell'Indirizzo, nella zona intesa come l'Òrtu d' San Giuànn¹. È stata realizzata recentemente, precisamente domenica 26 aprile 2015 e, come tutte le edicole nei pressi della chiesetta e lungo la strada che porta all'eremo di Piazza Vecchia, è dedicata a Maria SS. delle Vittorie, patrona della nostra Città dal 1348. Infatti, l'edicola creata a forma di nicchia (come l'Edicola della Bellia n. 21) ha al suo interno, posto su una mensola, un quadro della Madonna con ai lati due lumini. Su una colonna al centro c'è un vaso con fiori. Inutile sottolineare la semplicità e la cura con cui la famiglia Bucato-Taormina l'ha costruita e la mantiene in perfetto ordine. Il più delle volte la bravura e la devozione non sta nel fare gli oggetti votivi, ma nel tenerli costantemente in perfetta efficienza e decoro.

¹ Forse perché prima di proprietà di una delle due chiese dedicate a S. Giovanni, o S. Giovanni Battista (commenda) o S. Giovanni Evangelista (chiesa e monastero).

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La poetessa Anna Maria Cerasuolo/2

Ritratto¹ della poetessa Anna Maria CERASUOLO ZACCONE (1917-2002) nella IV di copertina della sua antologia POESIE del 2012

Seconda Parte

La biografia della poetessa Anna Maria Cerasuolo che si trova nelle NOTE della sua raccolta POESIE del 2012 continua così: <<A Milazzo, però, non c'era un ospedale, né civile né militare, sicché il giovane musicista venne ospitato - e curato - in casa di una famiglia del luogo, che, forse, era quella del medico condotto. Ciò fu causa di un mutamento radicale della sua vita, in quanto si innamorò della figlia di quel medico, la sposò e non tornò più né a Napoli né alla milizia garibaldina, ma rimase a vivere nelle terre del sud: per qualche tempo in Sicilia e, successivamente, in Calabria, ove riuscì a "creare" alcune "bande" musicali (a Tropea, Spezzano Albanese, Petilia Policastro, Cerchiara...) e, nello stesso tempo, a continuare la stirpe di maestri - direttori di quelle "bande" musicali che in molte cittadine del sud erano, allora, l'unica forma di cultura popolare - che si sarebbe conclusa col suo omonimo nipote, cioè col papà di Anna, che ebbe solo questa figlia, alla quale fu preclusa la cariera del padre, in quanto quella professione, allora, era riservata solo ai maschi>>. Anna Maria nasce il 12 settembre del 1917 in via Crocifisso² dal matrimonio tra il maestro di musica Giuseppe Cerasuolo³ e l'insegnante elementare Maria Eufemia Bonifacio. Dopo alcuni anni la famiglia si traferisce in Calabria e Anna Maria studia presso il Ginnasio "Galluppi" di Catanzaro. Poco dopo la famiglia ritorna in Sicilia e lei si laurea in Lettere all'Università di Messina. Nel 1941 incomincia a insegnare a Piazza e il 30 luglio 1947 si sposa, sempre a Piazza, con l'insegnante di Lettere al Liceo Classico e alla Scuola Media Lorenzo Zaccone, nato a Modica (RG) nel 1920. Dopo il matrimonio, nel 1958 si trasferiscono a Milano dove Anna Maria continua nell'insegnamento mentre il marito diventa preside in una Scuola Media sino al 1973, quando decidono di trasferirsi, per motivi di salute, a Siracusa, dove concludono la loro carriera. Ormai in pensione, Anna Maria e Lorenzo si trasferiscono a Vittoria (RG) a poche decine di Km dalla città natale di lui, dove trascorrono gli ultimi anni della loro vita. Lei muore il 29 aprile 2002, lui nel 2015. Sempre dalle NOTE apprendiamo: <<... la nostra poetessa dopo essersi laureata divenne un'ottima insegnante. Ma quando se ne presentava l'occasione (e si presentava spesso, data l'esuberanza della sua indole) metteva in mostra le sue straordinarie qualità musicali, come quella di saper suonare tutti gli strumenti (anche quelli a fiato) o quella di saper cantare, con una bellissima voce di soprano. Ci disse anche che sulla partecipazione del suo antenato alla spedizione dei "Mille", c'era la testimonianza di una lettera autografa di Garibaldi; lettera che oggi è conservata nel Museo di Piazza Armerina (città natale di Anna), insieme con il proiettile che, ferendo il suo bisnonno, divenne l'involontario "galeotto" dell'amore del musicista napoletano per la bella siciliana>>. La Cerasuolo ha dato alle stampe sei raccolte di versi: La strada che amo (1950), Melodie (1951), Inviolato mistero (1953), Il fiore all'occhiello (1987), Il cuore e la vita (1989) ed Essere donna (1994). Inoltre, ha pubblicato varie poesie in numerose antologie, anche scolastiche. È autrice del romanzo Notturno di consumazione (1951)4, di un altro breve di novelle  e di un libriccino scolastico, intitolato La Divina Commedia spiegata agli alunni della scuola media. Ancora nella NOTA n. 3 è ricordato il seguente aneddoto: <<Questa poesia (n.d.r. QUEST'ORA È SACRA) fu recitata dagli alunni della poetessa nel teatro di Piazza Armerina, durante una serata di arte varia organizzata dal Comune e dagli studenti della città, per raccogliere fondi da destinare alla popolazione del Polesine, colpita dall'alluvione del 1951>>.

¹ È l'unico ritratto trovato e risulta poco nitida perché è stata stampata così, probabilmente per mettere in risalto la poesia IL TUO PENSIERO.

² Il numero civico sull'Atto di nascita del 1917 non c'è, ma dall'indirizzo sulla busta della lettera ricaviamo il 17.

³ Direttore anche della banda musicale di Piazza.

4 Gastaldi Editore MILANO 1951, segnalatomi con foto della copertina successivamente dal prof. Marco Incalcaterra.

Su questo sito le poesie della Cerasuolo: GENTE DI SICILIA; DONNE DI SICILIA; I VECCHI DELL'ISOLA; I BIMBI DELLA MIA TERRA.

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La poetessa Anna Maria Cerasuolo/1

Quadro con lettera autografa di Sibilla ALERAMO in Biblioteca Comunale

Frequentando e osservando tutto quello che c'è nella nostra biblioteca, saltano fuori belle e interessanti scoperte. Nel quadretto (nella foto) appeso sulla parete di destra dell'ex Sala Del Coro dei Gesuiti, oggi Sala "Filippo Acquachiara" che ospita la Mostra Del Libro Antico di Piazza, esiste una lettera manoscritta del 1952 che inizia a essere quasi illeggibile, più chiaro invece è l'indirizzo sulla busta "Signora Anna Maria Zaccone Cerasuolo, Via Crocifisso 17, Piazza Armerina (Enna)". Sin qui nulla di eccezionale, ma a dx della busta c'è una dedica "Lettera autografa della scrittrice SIBILLA ALERAMO alla poetessa Anna Maria Cerasuolo - Dono di Lorenzo Zaccone¹ alla Biblioteca Comunale di Piazza Armerina". Tutto ad un tratto un quadretto quasi anonimo si trasforma in qualcosa di più importante, che ci fa scoprire un'altra piazzese poetessa e <<Scrittrice di notevole spessore culturale>>. La lettera autografa che la poetessa alessandrina Sibilla ALERAMO (1876-1960) scrive alla Cerasuolo nel 1952 è la seguente: <<Roma, 28 del 1952², Cara Anna, la sua lettera mi rimprovera con tanta dolcezza che è già un perdono. Vedeste quale mucchio di lettere attendono risposta qui sul mio tavolo. E sapeste quanti sono i miei impegni, che cerco di soddisfare nonostante la mia salute sempre meno buona. C'è il progetto d'un mio giro in Sicilia, a primavera, per dizioni di mie liriche. Se si effettuerà, cercherò di includere nell'itinerario anche Piazza Armerina, e allora ci vediamo, e discorreremo anche delle sue poesie, che ho  letto con attento cuore. Grazie per quanto mi dice dei miei libri. Veda di procurarsi l'ultimo, uscito in queste settimane, un esilissimo volumetto intitolato Aiutami a Dire. Sarò contenta se gli vorrà bene come agli altri. L'abbraccio e le auguro forze e serenità. Sibilla Aleramo>>. Da questa lettera traspare l'intenso rapporto che la settantaseienne poetessa famosa e affermata intrattiene con quella molto più giovane (35enne) nostra concittadina, appena affacciatasi sul panorama poetico-letterario. La biografia che segue, è tratta per la maggior parte dalle "NOTE" del libro/antologia che si trova anche nella nostra biblioteca Anna Maria ZACCONE CERASUOLO, POESIE, L. Pellegrini Editore, COSENZA 2012, p. 139. <<Il bisnonno di Anna Maria nel 1860 partì da una cittadina del Napolitano (Scafati) e si recò a Genova, ove (con quattro o cinque coetanei, che suonavano nella "banda" diretta da suo padre e che poi avrebbero formato la "fanfara" garibaldina), si imbarcò su una delle due navi che portarono Garibaldi e i "Mille" in Sicilia. Sbarcato a Marsala, quell'allora giovanissimo "maestro" (che si chiamava Giuseppe Cerasuolo, come il papà di Anna) partecipò, con la sua "fanfara", all'attività delle "camicie rosse" garibaldine, da Salemi a Milazzo, cittadina in cui fu costretto a fermarsi, essendo stato ferito durante il combattimento>>. (continua)  

¹ Marito di Anna Maria Cerasuolo.

² Il mese non è specificato però, sapendo che il volumetto "Aiutami a Dire" fu stampato nel 1951, e siccome la scrittrice scrive "uscito in queste settimane... il progetto d'un mio giro in Sicilia, a primavera", si deduce che il mese in cui è stata scritta la lettera sia uno dei primi del 1952, o gennaio o febbraio.  

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