Cronarmerina - Tradizioni

'Ngiulìnu u bersaglièr-4

L'orologio che 'Ngiulìnu portò con sè alla fine della Grande Guerra

La storia vera di un giovane di cento anni fa - 4

(continua dalla 3^ Parte) <<‘Ngiulìnu era preoccupatissimo perché temeva che se vi fosse stato un grosso ematoma non curato bene, l’unica soluzione, considerati i metodi spicciativi dovuti alle numerose urgenze a cui erano sottoposti i medici, sarebbe stata l’amputazione. E invece anche qui intervenne qualcuno a salvarlo. Un infermiere di origine sarda, proveniente da una famiglia che da generazioni allevava pecore e capre, gli disse che nella sua zona, quando qualcuno aveva simili mali, si usava fare una pastella con argilla e alcune piante speciali che solo loro conoscevano. L’argilla era facilmente reperibile, solo che non sapeva se in quelle zone fosse possibile trovare la stessa qualità di erbe. Il pomeriggio, approfittando di una breve pausa, il pastorello si mise alla ricerca di erbe e fortunatamente, in serata ne aveva già trovato un bel mazzo. Fece bollire il tutto assieme a del vino e poi preparò l’impacco con l’argilla. Quando lo mise sopra al ginocchio, a ‘Ngiulìnu sembrò che la gamba dovesse cadergli da un momento all’altro. Sentì un forte calore proveniente dall’interno come se gli stesse ribollendo tutto, tanto che voleva strapparsi la fasciatura, ma il ragazzo gli disse di resistere, perché quello era l’effetto giusto. Per tutta la notte ‘Ngiulìnu ebbe la febbre altissima. Ogni tanto l’infermiere gli portava uno straccio bagnato da mettere sulla fronte, ma il beneficio durava solo pochi minuti. Al mattino, l’impacco era secco come il cemento. L’infermiere disse che secondo lui tutto era andato come previsto e l’argilla e le erbe avevano assorbito tutto il male. La cosa venne confermata dal medico di guardia il quale si complimentò con il giovane soldato dicendogli, sotto voce, di tener pronto un preparato simile per altre evenienze. Infatti, erano diversi giorni che in infermeria scarseggiava tutto, e ogni rimedio utile avrebbe fatto comodo. A dir la verità il ginocchio non era del tutto sgonfio, ma ora aveva un bel colorito roseo ed in più, alzandosi, ‘Ngiulìnu non sentiva  dolore. Dopo qualche giorno i medici decisero di mandarlo in un ospedale ancora di più nelle retrovie, perché così conciato non era utilizzabile in battaglia. L’ospedale doveva trovarsi in Veneto al confine con il Trentino ma ‘Ngiulìnu, non avendo studiato, non era in grado di leggere una cartina geografica e quindi per lui tutti i posti andavano bene. L’importante era poter restare alla larga da bombe, baionette e reticolati. Nel frattempo le cose per le armate italiane si erano messe bene. Le truppe austro-ungariche battevano in ritirata e l’esercito italiano si accingeva a spingersi sempre più a nord. Ormai il nostro bersagliere si era completamente ristabilito e venne mandato subito al fronte. Stavolta si trattava di arrivare fino alle porte di Trento e di ripulire la zona spingendo il nemico verso il Brennero. Il tre novembre 1918 la sua Compagnia fu tra le prime che entrarono nella città di Trento, ma ancora vi erano contatti con le retroguardie nemiche che si erano attardate in zona. All’improvviso, la Compagnia di ‘Ngiulìnu ebbe uno scontro a fuoco con delle truppe dell’Impero. Il tutto durò una mezz’ora perché i soldati austriaci erano ormai stremati e privi di munizioni, e alla fine vennero fatti molti prigionieri che furono radunati in una piazza. Tutti furono disarmati e dovettero anche svuotare completamente le loro tasche di ogni cosa. Emersero così foto di mogli e figli, sigarette, pipe, coltellini, orologi, ecc. Intanto si era messo a piovere, gli sventurati prigionieri erano stati costretti a rimanere seduti per terra sotto l’acqua guardando da lontano il mucchio dei loro effetti personali, mentre i nostri si erano riparati sotto dei portici. All’improvviso apparvero degli autocarri. Dal primo scese come un diavolo il solito capitano Bassi il quale, gridando come era solito fare, ordinò che i prigionieri salissero subito sui camion per essere portati via. Uno di loro, che parlava uno stentato italiano, chiese se almeno poteva riavere le foto della moglie e dei figli. Bassi sfoderò la pistola, gliela mise sotto la gola e gli disse che se non fosse salito subito sul camion l’avrebbe lasciato lì, ma da morto. Nel giro di due minuti il convoglio partì e al centro della piazza restò solo il mucchio dei ricordi dei prigionieri. A questo punto i nostri si avvicinarono e con molta delicatezza raccolsero in un sacco i documenti che poi avrebbero cercato di dare alla croce rossa affinché, a guerra finita, si tentasse di restituirli ai proprietari. Tutto quello che era “solido” il capitano Rapisarda permise ai soldati di prenderlo come ricordo. A ‘Ngiulìnu toccò un orologio da tasca completo di catena che rimise con cura nello zaino. Quest’orologio ebbe una storia tutta particolare. Alla fine della guerra, ritornato in Sicilia (sì, perché ‘Ngiulìnu riuscì a ritornare vivo e tutto intero a casa) tenne per sé l’orologio donandolo, alla sua morte, a uno dei figli. L’orologio funzionò benissimo per anni ed anni e non diede mai problemi. Solo una volta fu portato da un orologiaio per una revisione e lì si scoprì che all’interno vi era una scritta in lingua tedesca che nessuno purtroppo seppe tradurre. Dopo molti anni, una collega di un nipote, di origine austriaca, riuscì a decifrare la scritta scoprendo che il proprietario non era un austriaco ma un ungherese di Budapest. Purtroppo non vi era nessun indirizzo, ma sarebbe stato interessante riuscire a rintracciare il legittimo proprietario o un suo erede, stringergli la mano e restituire l’oggetto. Finalmente la guerra ebbe fine e tutti poterono tirare un sospiro di sollievo e rimettersi a posto da tutti i mali accumulati negli anni precedenti. La Compagnia di ‘Ngiulìnu fu mandata a riposare su un altipiano sopra Bolzano in attesa di nuovi ordini. Infatti, le truppe italiane non si erano fermate a Trento, ma avevano oltrepassato tutta la zona di Bolzano arrivando al passo del Brennero e scendendo fino a Innsbruck. Era inverno e finalmente ‘Ngiulìnu poté assaporare quanto era divertente stare in mezzo alla neve non da guerriero, ma da turista. Osservando le abitudini degli abitanti del posto, scoprì come era piacevole scendere per i sentieri innevati a bordo di una slitta. All’inizio vi fu qualche leggero incidente andando a sbattere contro un albero nelle curve più strette ma in seguito, anche con la partecipazione del capitano Rapisarda, fu più facile scendere e poi frenare in due. In pratica lo slittino era diventato il passatempo di tutti. Scendevano a turno per i pendii e alle volte battevano in velocità anche i locali>>. (continua) Angelo MASUZZO

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'Ngiulìnu u bersaglièr-3

Moschetto Mod. 91 per Cavalleria (e Bersaglieri) più corto e leggero del Fucile Mod. 91

La storia vera di un giovane Piazzese di cento anni fa - 3

(continua dalla Parte 2) <<‘Ngiulìnu aprì gli occhi di nuovo quando ormai era completamente buio. Si chiese se era già cadavere o se stava respirando ancora. Fece quindi una breve ricognizione del suo corpo. Gamba destra sempre “andata” e spalla con grandi fitte, forse da proiettile. Invece il sangue che gli colava sul collo si era fermato e non sentiva più quel sapore dolciastro. Cercò di muovere la testa per guardarsi intorno. Vedeva solo le luci dei razzi che il nemico lanciava dalla collina ed udiva qualche colpo di fucile. Capì subito che anche quest’attacco era andato male. Gli austriaci erano ancora sulle loro posizioni mentre loro si erano dovuti ritirare per la terza volta. Purtroppo non era stata concordata nessuna tregua e quando qualche ferito tentava di muoversi, subito veniva fatto secco dai cecchini. Era la sorte che sarebbe toccata anche a ‘Ngiulìnu se avesse fatto qualche movimento, ma “per fortuna” lui era bloccato sia per la gamba nella buca, sia per la spalla ed anche per i due compagni che ancora gli stavano addosso. Probabilmente svenne un’altra volta, e quando si risvegliò vi era uno strano silenzio. I razzi venivano lanciati molto raramente (ormai anche tutti i feriti erano stati messi a tacere) ed attorno a lui riusciva a vedere solo cadaveri in posizioni strane. Visto che aveva un braccio ed una gamba ancora funzionanti decise di tentare qualche piccolo movimento in modo da controllare lo stato delle sue ferite. Per prima cosa diede uno strattone ad uno dei due corpi che gli stavano addosso. Il poveretto rotolò di fianco e non fece un gemito. Dell’altro fu ancora più facile liberarsene perché era privo di entrambe le gambe che giacevano a qualche metro! Ora riusciva a toccarsi il collo, ma non notava nessuna ferita. Il sangue che lo aveva completamente ricoperto apparteneva ai due poveretti. Tentò allora di controllare la gamba. Impresa difficile e pericolosa. Doveva stare attento ai razzi ed ai cecchini. Alla fine riuscì a tirarla fuori con un dolore lancinante, ma non doveva essere rotta perché altrimenti sarebbe svenuto dal dolore, mentre questo era abbastanza sopportabile. E adesso cosa fare? Se fosse rimasto lì fino al giorno dopo, al primo movimento sarebbe stato fatto secco, quindi non rimaneva altro che tentare di ritornare in trincea muovendosi molto lentamente ed approfittando dei momenti privi di razzi. Questo fu un vero calvario. Si muoveva attraverso cadaveri, fango e fucili. Ogni metro conquistato verso la salvezza voleva dire fitte lancinanti alla spalla ed alla gamba. Era tutto sudato e nello stesso tempo ricoperto completamente di fango e sangue. Solo quando stava per albeggiare riuscì ad avvicinarsi ad una trincea amica. Qualcuno gli lanciò una corda, in quattro tirarono fortemente e finalmente riuscì a raggiungere la salvezza. Si buttò dentro la trincea a “corpo morto” mentre i commilitoni lo adagiavano su delle assi e gli davano un po’ d’acqua. Ma guardando quei visi si accorse che erano tutti sconosciuti. Parlavano italiano, avevano la sua stessa divisa, ma nessuno gli era famigliare. Tutto venne chiarito quando un sergente gli spiegò che quella non era la sua Compagnia, ma quella del capitano Bassi (la carogna). Probabilmente, nel tentare il rientro in trincea, si era spostato di qualche centinaio di metri ed era finito in un’altra zona. Lo portarono in una specie di grotta che serviva da infermeria. Due infermieri lo spogliarono ed il medico del campo lo visitò. Alla fine il referto fu che in pratica non aveva un bel niente, a parte la lussazione alla spalla ed una lacerazione al ginocchio. I proiettili lo avevano sfiorato, ma era tutto integro. Ma subito dopo venne il bello. All’improvviso si presentò il capitano Bassi che chiese notizie del nuovo arrivato. ‘Ngiulìnu aveva già capito che quell’essere stava per escogitarne una delle sue ed infatti, dopo avergli chiesto le generalità ed a quale Compagnia appartenesse, gli domandò dove fosse la sua arma (n.d.r. nella foto). Ancora seminudo, ‘Ngiulìnu rispose che gli era sfuggita di mano quando era caduto nella buca e che nel tornare indietro, in piena notte, gli era stato impossibile recuperarla. E poi, anche se ne fosse stato in possesso, avrebbe dovuta abbandonarla perché era impossibile strisciare nel fango con la spalla dolorante e la gamba gonfia come un pallone. Ma qui il capitano Bassi mise in mostra tutta la sua cattiveria. Gridando come un matto rimproverò il povero bersagliere dicendogli che mai avrebbe dovuto abbandonare l’arma, a costo della vita. A quel punto sarebbe stato meglio se fosse rimasto cadavere assieme agli altri! Un bersagliere senza la sua arma era inutile alla causa della Patria e quindi gli ordinava di ritornare indietro immediatamente a recuperare il fucile. Il medico aveva sgranato gli occhi, come a dire: “se questo fa un passo allo scoperto è già un uomo morto”, ma Bassi fu irremovibile. Disse che entro il pomeriggio il soldato doveva rientrare in possesso della sua arma, altrimenti l’avrebbe messo agli arresti, anche se era in infermeria. ‘Ngiulìnu allora si alzò dalla lurida barella dove l’avevano adagiato e dolorante si avviò verso la trincea sapendo che appena avrebbe messo fuori la testa tutto sarebbe finito. Ed invece, anche questa volta avvenne il miracolo. Il capitano venne chiamato subito a rapporto dal colonnello, probabilmente per trovare un’altra strategia d’attacco, e dovette andar via. A quel punto il medico gli consigliò di rimanere lì disteso e di tentare il recupero non appena avesse fatto buio. E così avvenne. Nel pieno della notte ‘Ngiulìnu strisciò solo per alcuni metri fuori, ed il primo fucile che vide lo agguantò e lo riportò indietro. Il sergente di guardia scrisse che l’ordine del Capitano era stato eseguito e finalmente il nostro bersagliere fu accompagnato, sorretto da due colleghi, fino alla sua Compagnia. Qui era stato già inserito tra i dispersi in guerra, e grande fu la gioia quando poterono riabbracciarlo. Purtroppo non fu così per il suo amico Giovanni e, come ogni volta, al capitano Rapisarda toccò l’ingrato compito di scrivere ai genitori per comunicare la triste notizia. Nell’infermeria della Compagnia a ‘Ngiulìnu venne immobilizzata la spalla e curata la ferita al ginocchio; arto che ora si era gonfiato a tal punto che avevano dovuto aprire completamente il pantalone fin quasi all’inguine. Il giorno dopo, assieme ad altri feriti, venne mandato nelle retrovie per rimettersi al più presto possibile e poter così ritornare a “guerreggiar”. Ma il ginocchio non voleva sentirne di ritornare alle misure normali: era sempre gonfio ed aveva assunto un colore bluastro>>. (continua) Angelo MASUZZO, nipote più anziano di 'Ngiulìddu

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'Ngiulìnu u bersaglièr-2

'Ngiulìnu (Angelo) MASUZZO, X Bersaglieri-Arditi (1893-1981)

La storia vera di un giovane Piazzese di cento anni fa - 2

(continua dalla Parte 1) <<Completamente diverso era il Capitano della Compagnia parallela a quella di ‘Ngiulìnu. Il Capitano Bassi era una vera carogna. Ogni mattina vi erano decine di puniti per ogni minima sciocchezza. Pretendeva, da uomini che dormivano per terra, a volte in mezzo al fango e che si alimentavano con minestre acquose e gallette, che tutti avessero le divise sempre in ordine, gli zaini appesi al posto giusto e che scattassero sull’attenti ogni volta che si avvicinava ad un plotone. Bassi, inoltre, proveniva da una famiglia nobile. Il padre era un generale, il nonno materno un magistrato e la nonna una docente universitaria. Quando il capitano era in riunione con gli altri colleghi, si notava subito come Bassi cercasse in tutti i modi di far notare che lui proveniva da ambienti diversi e questo non faceva altro che indispettire i colleghi che non mancavano mai di lanciare battute sferzanti ad alta voce in modo che l’interessato potesse sentirle. Come sappiamo, durante la prima guerra mondiale, non vi era tanto rispetto per la vita dei soldati, e questa valeva sia per il nostro esercito che per quello del nemico. Nella famosa “guerra di trincea” era normale mandare all’attacco 200 uomini per conquistare 100 metri di terreno e poi vederne tornare quasi la metà. Inoltre, nei vari ospedali da campo, ai feriti in battaglia, si aggiungevano quelli che venivano colpiti da congelamenti agli arti, da bronchiti che si trasformavano subito in polmoniti, o da interminabili attacchi di dissenteria causati dal freddo e dalla cattiva alimentazione. In tutto questo inferno, il nostro ‘Ngiulìnu era riuscito a farla franca sia durante le battaglie, sia per quanto riguarda le varie malattie. Quando uscivano dalla trincea e si lanciavano all’attacco, spesso vedeva cadere i suoi commilitoni a terra falciati dalle mitragliatrici nemiche. Alcuni erano così fortunati da cadere già morti, altri, feriti gravemente, rimanevano sul campo in attesa che venisse dichiarata una tregua di qualche ora per poter essere raccolti dai barellieri. Ma non sempre ciò accadeva, per cui chi rimaneva agonizzante, continuava a lamentarsi per tutta la notte senza che nessuno potesse andare ad aiutarlo. I gemiti dei feriti erano proprio la cosa più straziante. Quando si tornava in trincea, si faceva la conta dei “dispersi” e poi si rimaneva raggomitolati nei cappotti cercando di tapparsi le orecchie per non sentire quei terribili lamenti. Per conquistare il terreno che si trovava a circa 400 metri dalla loro postazione, vi erano già stati due tentativi andati a vuoto ed il comando generale era veramente deluso dal comportamento dei suoi. Era stato quindi emanato un ordine perentorio in cui si diceva che quella collina doveva a tutti i costi essere presa perché era di “importanza vitale” per il prosieguo della campagna militare. Tutti i capitani vennero chiamati a rapporto dal colonnello il quale escogitò un piano per poter finalmente insediarsi in cima alla collina. Del fatto che gli austro-ungarici avessero postazioni di mitragliatrici in ogni buca, mortai e centinaia e centinaia di metri di filo spinato a protezione, non preoccupava affatto il comando. Più di cinquanta bersaglieri erano stati dotati di cesoie che dovevano servire a tagliare le protezioni. Questo, a patto che riuscissero a raggiungere la meta, cosa alquanto difficile vista la forza di fuoco in dotazione al nemico. Purtroppo una di queste cesoie venne data anche al nostro ‘Ngiulìnu. Questo voleva dire essere in prima fila, correre velocemente, lanciare alcune bombe a mano e poi, raggiunti i reticolati, tagliarne quanto più possibile, in modo da permettere ai compagni di avanzare e conquistare l’obiettivo. Questo sulla carta era semplicissimo da spiegare; tutt’altra cosa era poi la pratica. La notte prima dell’attacco, nessuno dormì. Il capitano Rapisarda scrisse lettere per ore ed ore, compresa quella per i genitori di ‘Ngiulìnu, proprio perché tutti avevano capito che la sera dopo vi sarebbero stati ampi spazi vuoti nelle nostre trincee e che la collina non sarebbe stata conquistata. Rapisarda aveva chiesto che l’attacco fosse preceduto da un intenso fuoco di sbarramento in modo da liberare il più possibile il terreno dai reticolati, ma il colonnello rispose che al massimo vi sarebbero stati dei tiri di mortaio perché l’artiglieria era impegnata in zone più importanti. Al mattino presto, quando ancora era buio, il cappellano militare celebrò la messa e quasi tutti fecero la comunione. Poi si controllarono i fucili, ‘Ngiulìnu mise nella cintura la cesoia e fumò una sigaretta, per metà lui e per metà con il suo caro amico Giovanni con il quale aveva condiviso tutta la carriera militare. Rapisarda fece un breve discorso ai suoi uomini. Disse che era sicuro che si sarebbero comportati da eroi e sperava che in serata sarebbero stati tutti in cima alla collina. Quando venne dato l’ordine d’attacco, erano stati sparati solo una cinquantina di colpi di mortaio che non avevano fatto neanche il solletico ai reticolati. Davanti a loro vi era un terreno fangoso e pieno di enormi buche causate dagli attacchi precedenti. Bisognava quindi procedere a zig zag cercando di non infilarsi in qualche cratere. Non appena furono a tiro, le mitragliatici incominciarono a crepitare. ‘Ngiulìnu avanzava con il fucile in mano sparando e lanciando tutto quello che poteva. Alla sua sinistra vi erano stati i primi caduti e poi, all’improvviso, sentì un urlo fortissimo proveniente dal sua amico Giovanni che si trovava alla sua destra. Giovanni cadde a terra con tutto l’addome squarciato e ‘Ngiulìnu capì subito che per lui era finita. Si era voltato per un ultimo saluto al suo amico, ma proprio in quel momento la sua gamba destra si infilò in una buca facendolo cadere a faccia in giù, mentre il fucile gli sfuggiva di mano. Sentì un fortissimo dolore alla spalla destra e poi non vide più nulla perché il viso fu sommerso dal fango. Qualche secondo dopo gli vennero addosso due corpi che lo coprirono completamente impedendogli qualsiasi movimento. Il guaio era che una gamba era dentro la buca e l’altra quasi del tutto fuori; inoltre, con quei due corpi sulle spalle era impossibile muoversi, ma non ebbe il tempo di formulare altri pensieri perché subito dopo svenne. Quando riaprì gli occhi era quasi buio. Riusciva a vedere qualche cosa solo con un occhio ed era completamente immobilizzato. La gamba destra non la sentiva, segno che ormai era “persa”, mentre dal collo sentiva colare del sangue che gli arrivava fino alla bocca, segno che era stato colpito forse alla testa. Non rimaneva altro da fare che aspettare un po’ e poi tutto sarebbe finito. L’ultima cosa che ricordava era il grido lanciato dal suo amico Giovanni. Fra poco si sarebbero incontrati lassù e chissà quante risate!>> (continua) Angelo MASUZZO, nipote più anziano di 'Ngiulìnu

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'Ngiulìnu u bersaglièr-1

Piazza Armerina primi anni del Novecento

La storia vera di un giovane Piazzese di cento anni fa - 1

<<Per rendersi conto del tipo di vita che conducevano 'Ngiulìnu (Angelo) e la sua famiglia, bisogna chiudere gli occhi e cercare di visualizzare l’ambiente in cui veniva a trovarsi una cittadina del centro della Sicilia nel lontano 1893. Inutile dire che si era senza radio, TV, telefoni, e tutto quello di cui ora noi, immersi nella civiltà moderna, non sappiamo più fare a meno. Allora il concetto di “Italia” era conosciuto solo ad una ristretta cerchia di intellettuali. Tutto il resto della popolazone viveva alla giornata e non si interessava neanche di quello che accadeva nel paese vicino. Figuriamoci poi come ci si sentiva lontani da realtà come Palermo, Napoli o addirittura Roma. Vivendo poi in Sicilia, vi era inoltre la grossa piaga dell’analfabetismo che rendeva gli uomini completamente ciechi, anche se avevano una vista da aquila. Essere analfabeti significava dover dipendere da altri, più istruiti, anche per le piccole cose, come andare all’ufficio postale per ritirare un documento, oppure aspettare altra gente che leggesse ad alta voce i manifesti che venivano affissi sui muri, unico mezzo di comunicazione tra le Autorità e la popolazione. 'Ngiulìnu, figlio di contadini, non venne mandato a scuola. D’altra parte, allora, non vi era nessun obbligo e quindi ogni famiglia faceva quello che voleva dato che tutti avevano l’esigenza di avere braccia per lavorare in campagna. Terre che non erano mai di proprietà, ma che venivano affittate dai grossi proprietari terrieri. La sua gioventù fu quindi cadenzata dalla raccolta delle olive, delle mandorle, dalla mietitura del grano, e da tutte quelle attività che si svolgevano nei campi. Nel 1914 'Ngiulìnu era già militare. Era stato chiamato alla leva assieme ad altri suoi coetanei ed era di servizio in una caserma di Catania come bersagliere. Già essere a Catania per lui rappresentava uno stravolgimento totale del suo modo di vivere. Niente più vita nei campi, ma corse nei cortili della caserma, esercitazioni e poi passeggiate per le vie della città. Ogni tanto in caserma arrivavano notizie che in Europa alcune nazioni erano già in guerra e che l’Italia, come al solito, stava ancora pensando cosa fare. Ma ai bersaglieri non veniva comunicato mai niente. I sottufficiali e gli ufficiali di allora erano come degli dei che stavano in alto nei cieli a migliaia di chilometri di distanza dai poveri soldati. Solo qualche caporale o sergente rivolgeva loro la parola, ma dal maresciallo in poi nessuno si permetteva di perdere tempo con degli esseri inferiori. Non parliamo poi degli ufficiali superiori. Quelli erano veramente irraggiungibili ed appartenenti ad altri mondi. Quando il 24 maggio 1915 l’Italia entrò in guerra, 'Ngiulìnu e tutto il suo esercito partirono per il fronte. Le zone di guerra erano nell’Italia del Nord e quindi il nemico bisognava andare a scovarlo proprio lì. Ora, spostare un esercito da Catania fino all’odierno Trentino, Friuli o Veneto, non era cosa da poco. Le ferrovie erano in condizioni disastrose (cosa che permane ancora nel nostro Sud) e quindi la prima parte del viaggio avvenne in nave da Catania fino a Napoli. E qui vi furono le… prime perdite. Gente che non aveva mai visto il mare, venne messa su delle carrette e stipata dentro delle stive puzzolenti. Appena vi fu un po’ di mare grosso, erano tutti fuori a vomitare compresi, questa volta, e con grande gioia di tutti, anche i sottufficiali e gli ufficiali. Loro, però, vomitavano dai ponti superiori, perché quando si è… superiori, anche nello star male bisogna rispettare le regole. Il viaggio durò alcuni giorni e quando misero piede a terra, tutti avrebbero avuto bisogno di almeno una settimana per rimettersi in sesto, ed invece furono caricati su delle tradotte e portati a Nord. Il viaggio durò molti giorni. Ogni tanto le tradotte si fermavano in zone sconosciute, in aperta campagna e rimanevano bloccate per diverse ore. Nessuno dava loro spiegazioni e nessuno osava chiedere. Quando arrivarono a destinazione, il paesaggio era completamente diverso da quello che avevano lasciato al sud. Erano circondati da montagne e l’aria era frizzante, ma molto pulita. Dormivano in enormi cameroni con della semplice paglia per terra. Le condizioni igieniche erano disastrose ed i parassiti erano i loro compagni sia di giorno che di notte. A marce forzate vennero portati fino alla zona di operazione. Dovevano dare il cambio ad una Compagnia che era stata mandata nelle retrovia perché… completamente decimata. Questa, purtroppo, era la voce che girava, ma di ufficiale non si sapeva mai niente. Fortunatamente qualche cosa trapelava dal sergente Cirillo, un simpaticissimo napoletano che stava sempre attaccato al capitano di Compagnia Rapisarda. Il capitano era originario di Catania e, a dir la verità, si diceva che non godeva di una grossa stima tra i suoi superiori e soprattutto stava sulle scatole al Colonnello Comandante Sarca. Rapisarda, infatti, aveva il “grosso difetto” di fermarsi troppo a parlare con i subalterni ed in particolare con i bersaglieri della sua Compagnia. Spesso era stato richiamato perché in trincea era stato visto seduto per terra a fumare assieme a delle semplici reclute. Inoltre aveva sempre una parola di conforto per quelli che andavano in depressione dopo i violenti attacchi del nemico e, cosa veramente disdicevole, si prestava sempre per scrivere le lettere ai famigliari di coloro che erano completamente privi di qualsiasi istruzione. Questo rendeva il Capitano una persona ammirata da tutti, ma antipatica ai suoi pari grado. I bersaglieri, invece, erano molto fieri di avere un personaggio così alla mano come comandante e tutti si prodigavano affinché la loro Compagnia fosse sempre la più disponibile e quella in cui non vi erano mai liti, furti o falsi malati che cercavano di non essere operativi. La Compagnia di Rapisarda era, infatti, quella con il più basso grado di chiedenti visita ogni mattina e questo suscitava tra i vari ufficiali una forte gelosia ed anche commenti un po’ sarcastici sul suo modo di fare>>. (continua) Angelo MASUZZO¹

¹ Nipote più anziano di 'Ngiulìddu nato a Piazza nel 1948, da cinquant'anni vive a Rovereto in provincia di Trento.

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