Gaetano Masuzzo

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Come un sorso di birra

Quando un poesia, anche se può sembrare semplice, senza tante pretese, mi colpisce, ne faccio partecipi i miei lettori. Oggi ho letto questa sul profilo Facebook di un mio amico e, prima ancora, compagno di scuola al Magistrale. Sì, nella sezione "A" del prestigiosissimo Istituto "Francesco Crispi" di Piazza Armerina, alla fine degli anni Sessanta. Prestigiosissimo ma bistrattato istituto di come è stato ridotto, dopo un restauro abortito e incompiuto. Che peccato! Anche l'accostamento tra la birra, che a me piace tanto, e la vita, l'ho trovato "spumeggiante" e tanto "riflettente". Grazie Franco.

COME UN SORSO DI BIRRA¹

È come un sorso di birra
La vita…
Nel retrogusto d’amaro
di sale, d’antico.

Ma tanto ti garba
e torni a libare
e sentirti stordire
quel tanto che basta.

E già… come la vita
amara, salata, stordente
un poco illusoria
ma tanto sfottente.

T’illude, ti gasa…
e dopo t’accascia.
Sirena ammaliante
col cuore di strega.

Eppur non ti basta,
malgrado l’oltraggio
ti aggrappi al suo stelo
ne brami il retaggio.

E quando di colpo
lei sta per sfuggire
ne implori il prosieguo,
l’importante è finire
con Dignità.

Francofor², copyright 08/2019

 

¹ Mi sono permesso di mettere io il titolo e di suddividerla in strofe per agevolarne la lettura.

² Franco Forestiere.

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Conversazione Piazza Garibaldi/6

(dalla 5^ parte) Attaccato al Palazzo di Città c’è il Palazzo che prima ospitava un albergo (foto in alto). Poi l’edificio dell’albergo, in pessime condizioni, fu riedificato, come lo vediamo oggi, dal barone e deputato Salvatore Camerata, originario di Butera. Al centro della facciata c’è una lapide del 1921 che ricorda i combattenti morti nella I Guerra Mondiale (foto in mezzo). L’edificio restaurato fu prima l’abitazione del barone Camerata, poi questi si trasferì nel palazzo Starrabba di via Garibaldi, per essersi sposato con una Sceberras, e il palazzo divenne la sede degli uffici della Sottoprefettura e l’abitazione del Sottoprefetto. Qualche anno dopo divenne la sede del Commissariato di Polizia e, ancora dopo, la sede dell’Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo, dell’Autoscuola Villari e degli uffici del Museo Archeologico della Villa Romana, prima di trasferirsi al Palazzo Trigona. Oggi c’è lo studio legale dell’Avv. Roberta Orlando. Nel lato ovest della piazza (foto in basso), quello che fa angolo con la via Vittorio Emanuele ex Calàda ô Culègiu (discesa del Collegio), sembra che ci fosse la sede della Corte Capitanale di cui parla il Villari¹: «Sorsero intorno alla piazza il Palazzo Crescimanno; la Loggia Comunale (poi abbattuta nel ‘700 per dare posto al Palazzo di Città o Palazzo del Senato); il palazzetto del Capitano di Giustizia (accanto alla Loggia) detto anche Corte Capitanale; la chiesa di San Rocco». La Corte era retta da un capitano di Giustizia coadiuvato da Giudici e Ufficiali. Nella parte centrale esistono due lapidi: la più piccola delle due (riquadro giallo) ricorda il discorso fatto da Giuseppe Garibaldi da questi balconi il 14 agosto 1862; quella più grande (riquadro rosso) fu posta nel luglio del 1944 a ricordo sia della piccola che della fine della tirannide fascista. Alla fine della 2^ Guerra Mondiale i caduti piazzesi furono 151, compresi 2 partigiani e 11 della Repubblica di Salò. La conversazione col prof. Masuzzo è continuata parlando dei vari esercizi commerciali, dei loro gestori e/o proprietari e degli autisti da noleggio dagli anni Trenta sino ai nostri giorni. Inoltre, verso la fine sono state mostrate una dozzina di foto, scattate nella piazza in diversi periodi e manifestazioni. Nell'ultima foto il prof. Gaetano era a bordo della nuova Vespa Piaggio col padre Gino, nella sfilata in occasione della festa della Befana del 1956, festa che si svolgeva annualmente nella nostra tanto amata piazza Garibaldi.     

¹ Litterio Villari, Storia della città di Piazza Armerina, IV edizione, IBN Editore, Roma 2013, p. 347.

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Conversazione Piazza Garibaldi/5

In giallo come doveva essere l'inferriata sul piano dinnanzi al Palazzo di Città di Piazza Armerina

(dalla 4^parte) La prof.ssa Lucia Todaro riporta una poesia in galloitalico del notaio Remigio Roccella, dove parla di quello che si può vedere sul CIÀNGH Î FERRI Â CÖRT (sul Piano con l'inferriata nella corte del Palazzo di Città) in piazza Garibaldi, prima del 1884. Io l’ho tradotta così:

«Sotto il portone del palazzo di Città
c’è uno spiazzo circondato da un’inferriata.
Questo luogo è sempre pieno di oziosi,
che non vuole lavorare e qui passeggiano,
dato che il sole li riscalda ogni mattina.
Medici, preti, calzolai, farmacisti,
avvocati, villani, maestri barbieri,
notai, muratori e sagrestani,
commercianti, mastri d’ascia e bottegai,
facchini, sarti, puttanieri
e nobili e ricchi e poveri servitori,
facendo salvi le giuste eccezioni,
tutti di questo e quello parlano male,
stanno immobili e passeggiano a coppie».

La professoressa conclude la vicenda dell’inferriata, in ferro battuto e bronzo, così:       

«STORI D’ORBI: I FERRI Â CÖRT… RUDÙI [Storie di ciechi: i ferri alla corte… rosicchiati]. La poesia del Roccella fu scritta prima del 1884, quando per fare le strade principali, questa inferriata, fatta in ferro battuto e bronzo, fu staccata e conservata nei magazzini del Comune. Fu conservata così bene che non si trovò più! L’avvocato Rosario Roccella riporta che qualcuno, per ridere, s’inventò che se l’erano rosicchiata i ratti. E così rimase il modo di dire, quando una cosa spariva senza sapere il chi e il come, ma si sapeva, eccome: ‘’E che è rimasto come i ferri alla Corte?’’. I buchi ancora si notano nelle pietre del piano! Andateli a vedere!»
Aggiungo io che, probabilmente, l’inferriata era stata collocata per impedire l’accesso al piano agli asini e ai muli che avrebbero sporcato. (continua)

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Conversazione Piazza Garibaldi/4

Chiesa di San Rocco o Fundrò, Piazza Armerina

Palazzo di Città ex Palazzo del Senato, Piazza Armerina

(dalla 3^ parte) Dal Calendario alla Ciaccësa della prof.ssa Lucia Todaro veniamo a sapere che a Piazza c’era questo «MÒDU CURIÖS D’ PAIÈ I DEB’TI», che io ho cercato di tradurre così:

  - MODO CURIOSO DI PAGARE I DEBITI (una specie di gogna) -

«Guardando i basamenti sotto il campanile della chiesa di Fundrò [nei riquadri in giallo foto in alto] o a fianco del portone del Circolo di Cultura, si capisce che prima vi dovevano essere dei sedili di pietra. Non servivano solo per sedersi, ma per fare una pratica di grande mortificazione per gli sventurati che vi capitavano! Si sentiva prima una tamburinata, per chiamare la gente. Poi veniva l’usciere con quello che doveva riscuotere i debiti. Il cattivo pagatore, strascinato, era spinto a forza nel sedile e lo si faceva sedere con tutti i sensi, tante volte per quanti debiti aveva, davanti a tutti, che gliene dicevano di tutti i colori. Da quest’usanza non tanto civile, viene il modo di dire che “se uno scivolava e sbatteva a terra per bene” vuol dire che aveva pagato tutti i debiti! Viene naturale pensare come potesse finire a noi di questi tempi, perché tutti siamo indebitati! Da questo viene l’origine della maledizione: "VA DÖNA CÖ CH’ T’ R’STÀ" che in italiano è "Vai a dare quello che ti è rimasto (di pagare)"». Però, aggiungo io, il "CÖ" alla ciaccësa può essere frainteso col "CÛ", quindi con «Vai a dare il culo… che ti è rimasto (da dare)».

Dopo la chiesa di Fundrò passiamo a un altro grande edificio presente nella nostra piazza Garibaldi: il Palazzo di Città. Prima era chiamato Loggia Comunale (foto in basso), poi fu ristrutturata per dar posto al Palazzo del Senato o «Casa senatoria». Il titolo di Senato fu concesso da re Ferdinando IV di Borbone nel 1777 ed era l’istituzione che deliberava le decisioni giurisdizionali, amministrative e legislative comunali. I componenti del Senato erano scelti tra i nobili, da cui scaturiva il governo municipale formato da 6 senatori, uno dei quali prendeva il titolo di Patrizio (il Sindaco dal 1821). Il primo Patrizio di Piazza fu il sacerdote Vincenzo Starrabba dei principi di Giardinelli, poi diventato I marchese di Rudinì (1730-1803). L’incarico della costruzione del Palazzo Senatorio fu dato, nel 1764, al catanese Francesco BATTAGLIA, architetto del principe di Biscari, Ignazio Paternò Castello. Il Battaglia è lo stesso architetto che tre anni dopo, nel 1767, completerà la cupola del nostro Duomo, progettata oltre un secolo prima dall’architetto romano Orazio Torriani. I maggiori fautori, col beneplacito dei vicini monaci Benedettini, furono tre appartenenti alla nobile famiglia dei Trigona della Floresta. Il Palazzo fu ultimato nel 1778, data riportata nell’affresco della volta nella sala consiliare¹ realizzato dal palermitano Salvatore Martorana. Al piano terra del Palazzo di Città oggi c'è la sede del Circolo di Cultura, da alcuni chiamato anche Circolo dei Nobili. Nel 1814 si chiamava Circolo Unione, nel 1835 vi si stabilì anche il Circolo Progresso. Nel 1910 di questi due circoli se ne formò uno solo, chiamato prima Circolo Operaio poi Circolo Indipendente che, dal 1922, divenne Circolo di Cultura Fascista sino al 1944, quando fu chiamato semplicemente Circolo di Cultura, come oggi. Una curiosità, durante l’ultima guerra mondiale, il circolo fu requisito e occupato dai militari che vi organizzavano anche serate da ballo. (continua)

¹ Il 21 luglio 2019 l'aula consiliare è stata intitolata a Boris Giuliano, il Capo della Squadra Mobile di Palermo nato a Piazza Armerina il 22 ottobre 1930 e assassinato dalla mafia il 21 luglio 1979.

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