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Gaetano Masuzzo

Gaetano Masuzzo

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Sepoltura di nobili piazzesi a Palermo

Lapide sepolcrale coniugi Trigona e Starrabba, 1670, chiesa di S. Maria della Catena, Palermo

Chiesa di S. Maria della Catena, Palermo, XV-XVI sec.

Sin dai primi anni del Seicento, alcuni appartenenti alle nobili famiglie piazzesi, avevano deciso di soggiornare e, in alcuni casi, di trasferirsi definitivamente a Palermo. Era il periodo della grandiosa operazione urbanistica che modificò con demolizioni, sventramenti ed edificazioni il tessuto topografico della città. I nobili e gli ordini religiosi per attestare la loro opulenza e potenza facevano a gara nell'edificare splendidi palazzi, chiese sontuose, grandiose case conventuali. I baroni si presentavano alla Corona come l'unica forza in grado di assicurare la pace sociale e la fedeltà alla Spagna da parte dei Siciliani. Tra questi nuovi palermitani troviamo alcuni componenti di due tra le più nobili, ricche e influenti famiglie di Piazza, la Trigona e la Starrabba. Questa presenza di piazzesi nella capitale della Sicilia è confermata da una lapide sepolcrale (foto in alto) nella chiesa di Santa Maria della Catena (foto in basso). Edificata tra la fine del '400 ed i primi del '500 la dove c’era già un’antica cappella votiva, la chiesa di Santa Maria della Catena era così chiamata perché si trovava ad una delle estremità della catena di ferro che chiudeva il vecchio porto al fine di impedire le incursioni nemiche, ma anche a memoria del miracolo avvenuto nell’agosto del 1392 per il quale tre palermitani, che dovevano essere ingiustamente impiccati in Piazza Marina, legati dai propri carnefici all’altare dell’antica cappella, nell’attesa che passasse un forte temporale sopraggiunto, videro accolte le loro preghiere alla Madonna, la quale gli parlò liberandoli dalle catene. Il progetto della chiesa è attribuito a Matteo Carnalivari, insigne architetto rinascimentale di cultura catalana. In seguito al prolungamento sino al mare del Cassaro (oggi Corso Vittorio Emanuele) nel 1581, si creò un dislivello che fu colmato con una scalinata d’accesso¹. Dopo l'ingresso si notano tre navate e ai fianchi delle due navate laterali sono presenti le cappelle, aggiunte più tardi. Per i danni dell'ultimo conflitto mondiale, sono rimaste integre le cappelle del lato destro, mentre la parete di sinistra è stata danneggiata dai bombardamenti². È proprio in una delle semi-cappelle ricostruite (la seconda nel lato danneggiato di sx) che troviamo la lapide nella foto in alto. Leggendola attentamente si scopre che è stata posta nel 1670 da don Antonino Maria Trigona e Starrabba, in ricordo dei suoi genitori, don Antonio (o Antonino junior) Trigona barone di San Cosmano morto due anni prima (1668) e donna Solomea Starrabba e Landolina, figlia del regio milite Pietro barone di Scibini e di Francesca Landolina baronessa di Giardinelli³. Inoltre, sia i due Trigona sia Solomea erano nipoti del barone Marco Trigona (1546-1598), in quanto lui e il fratello Antonio erano figli del barone di Spedalotto sposato con una Starrabba, Vincenza. Un'ulteriore conferma che i matrimoni tra nobili parenti erano frequentissimi, l'abbiamo dallo stesso barone Marco che aveva sposato Laura (1557-1597) figlia di sua sorella Beatrice e di Giovan Francesco de Assaro, pertanto Laura era nipote di Marco. Per quanto riguarda il sito originario della posa della lapide, esiste qualche dubbio derivante da quanto è riportato in una pagina dell'opera "Della Sicilia Nobile" del marchese di Villabianca Francesco M. Emanuele Gaetani4 «Per chiosa di questo capitolo [riguardante la famiglia Trigona] placemi trascriver quivi una nobile iscrizione sepolcrale di un Cavaliere di questa Casa, che vedesi in questa nostra Metropoli [Palermo] nella chiesa di S. Giuseppe dei Padri Teatini incisa in una tavola di marmo posta per pradella dell'Altare di S. Andrea Avellino» e segue l'identica iscrizione nella lapide. Si sconoscono i motivi per i quali la lapide si trovi oggi nella chiesa palermitana di Santa Maria della Catena, se l'Emanuele Gaetani l'ha vista a metà del Settecento presso la chiesa dei Teatini ai Quattro Canti5.     

¹ Cfr. il sito http://www.turismopalermo.it/chiese-palermo/chiesa-santa-maria-della-catena (consultato il 22 gennaio 2020). Originariamente le scalinate erano due laterali. Il prolungamento creò il cosidetto "Cassaro morto" cioè l'ultimo tratto della strada, il tratto più "giovane ma meno nobile" (Le chiese del Cassaro morto, palermo.mobilità.org, consultato il 25 gennaio 2020).

² Cfr. il sito http://www.palermoviva.it/chiesa-santa-maria-della-catena/ (consultato il 22 gennaio 2020).

³ Ciò spiega i blasoni delle due famiglie nei due quarti superiori degli stemmi ai lati dell'iscrizione: Trigona e Starrabba, mentre in quelli inferiori ci sono i blasoni di due antenate di Solomea, a sx quello della nonna, Ippolita Sortino b.ssa di Scibini, a dx quello della madre, Francesca Landolina b.ssa di Giardinelli. 

4 F. M. Emanuele e Gaetani, Della Sicilia Nobile, Nella Stamperia de' Santi Apostoli per P. Bentivegna, Palermo 1757, Vol. 3, Continuazione della Parte II, p. 183.

5 Qualche giorno dopo la pubblicazione del post, l'amico Antonio Barbera, che segue costantemente il mio sito da Messina, mi ha segnalato che nella "Guida per Palermo e pei suoi dintorni" del barone V. Mortillaro, Tip. del Giorn. Letterario, Palermo 1836, senza numero della pagina, ma che io ho rintracciato nelle pp. 31-32 dell'edizione Stamperia degli eredi Graffeo, Palermo 1829, nella chiesa della Catena, facente parte della Parrocchia della Kalsa, «avvi in questa chiesa una immagine di San Gaetano, quadro [...] di Pietro Novelli [...] nella terza cappella che entrando è a sinistra, e nella cappella contigua uno di Sant'Andrea Avellino del Carrega» ciò a dimostrazione che anche in questa chiesa dei CC. RR. Teatini esistesse una cappella dedicata a Sant'Andrea Avellino. Probabilmente, come dice l'amico Antonio, «l'errore [del marchese di Villabianca] di ubicazione è possibile in quanto lo scopo del Gaetani è scrivere un libro sulle famiglie nobiliari non sulle chiese e confraternite di Palermo».

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La grande lapide a San Martino

Lapide sul pavimento all'ingresso della chiesa di San Martino di Tours, Piazza Armerina

Chiesa di San Martino di Tours, XII sec., Piazza Armerina

Nell’ultima mia visita dell’11 novembre scorso, alla chiesa di San Martino di Tours della nostra Città, ho rivisto e rifotografato la lapide nella foto in alto. Questa volta ho provato a capire di cosa si tratta. Siamo nel 1589, la nostra città, chiamata oltre che Platia anche Plaza, da settant’anni porta il titolo di Civitas Opulentissima (Città Ricchissima), ottenendo il privilegio di accollare lo stemma comunale all’aquila nera della Casa reale d’Aragona. Ma l’opulenza non ripara la comunità dalle continue epidemie di peste. Negli ultimi settant’anni, appunto, ve ne sono state ben sette, causando ogni volta centinaia di vittime, se non migliaia, nonostante le misure adottate dai vari medici, uno fra tutti il protomedico del regno piazzese Antonio Pirro (m. 1532 a Palermo). Tra le misure adottate c’è anche quella ignorante, superstiziosa e sbrigativa di dare alle fiamme tutto quello che capita, comprese le carte dei vari archivi, come nel 1575, quando vengono distrutti secoli di notizie sui nostri antenati. Anche le carestie, quasi sempre conseguenti alle siccità cicliche, hanno provocato tanti morti e in Sicilia, negli ultimi cinque anni, ne hanno causato ben 250.000. Tutto ciò, però, non rallenta l’incremento della popolazione, che raggiunge oltre i 16.000 abitanti, quasi tutti situati nell’antico quartiere, o meglio, negli antichi quartieri, che formano la città murata¹. Uno di questi è quello che dal XIII secolo si è venuto a formare attorno a quella che si ritiene la prima chiesa della città, distrutta nel 1161 e ricostruita nei decenni successivi, per volontà degli Aleramici. È la chiesa di San Martino di Tours (foto in basso), il quale culto arriva in Sicilia con i Normanni, che dà, appunto, il nome al quartiere che vi gravita intorno. La chiesa è anche la sede della numerosa Confraternita di Santa Maria della Carità, formata da Sacerdoti e Artigiani, sotto il titolo dei Defunti. Ed eccoci arrivati alla nostra lapide, l’unica rimasta delle tante che dovevano esserci, ma andate perdute nei vari restauri, rimaneggiamenti, ristrutturazioni. Con essa il priore (il responsabile, il rappresentante) della confraternita che si riunisce nella chiesa, vuole ricordare il benefattore che si è prodigato nell’aiutare i parrocchiani meno fortunati, probabilmente durante l'ultima epidemia. Il priore pro-tempore è il nobile Andrea D’Assaro, sicuramente un parente stretto di Laura, moglie del barone Marco Trigona, e del padre, il medico e matematico Giovanni Francesco de Assaro. Il D’Assaro fa scolpire e murare sullo scalino d’ingresso alla chiesa, per essere sotto gli occhi di tutti i fedeli quando varcheranno l’entrata nei secoli a venire, il nome del benefattore, Antonino Spalletta², piazzese appartenente alla nobile famiglia Spalletta o Espelletti³ che, «essendo molto pietoso» dona nel 1589 la somma di 100 onze4 alla parrocchia di San Martino5. La traduzione completa è la seguente «IL PRIORE ANDREA D’ASSARO PROVVEDE [A PORRE QUESTA LAPIDE PER RICORDARE] LA GENEROSITÀ DI ANTONINO SPALETA E LO ZELO [MOSTRATO NELL’IMPIEGO DELLA SOMMA] DEI PADRI CAPPELLANI DON FRANCESCO TALERI E FRANCESCO BONCORE». Con questa spiegazione ho cercato di collocare la lapide in un preciso periodo storico della nostra comunità, cercando, soprattutto, di dare nuovo lustro a dei concittadini di ben quattro secoli fa.   

¹ Nel Cinquecento i quartieri erano quelli di San Martino, della SS. Trinità, della Castellina, di San Giovanni Battista, di Santa Maria dell’Itria.
² Di Antonino Spalletta risultano anche due legati di maritaggio annuali per le orfane piazzesi (Alceste Roccella, Storia di Piazza, Uomini Illustri, ms. inedito, XIX sec.).  
³ Alceste Roccella, Storia di Piazza, Famiglie Nobili, ms. inedito, XIX sec.
4 Sarebbero 14.000 € di oggi.
5 A. Roccella, Storia di Piazza, Famiglie, op. cit..

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Gli stemmi aragonesi a Piazza

FOTO 1: Castello Aragonese visto dall'alto, Piazza Armerina

FOTO 2: Stemma di Federico d'Aragona III di Sicilia (o di Trinacria dal 1302), 1296

FOTO 3: Stemma Corona d'Aragona o Barre d'Aragona, 1150

FOTO 4: Stemma di Federico II di Svevia, 1220

In occasione delle giornate del FAI (Fondo Ambiente Italiano) del 12 e 13 ottobre 2019, sono stato invitato presso il Castello Aragonese di Piazza Armerina (Foto 1) dal FAI e dal proprietario Sig. Giancarlo Scicolone, per parlare degli stemmi Aragonesi a Piazza, in particolare di quello che doveva esserci al Castello Aragonese, quando fu costruito alla fine del Quattrocento. Dopo il prof. Salvatore Lo Re, che ha parlato dei castelli precedenti, e la laureanda Giulia Milazzo, che ha parlato del castello dal punto di vista architettonico, ho iniziato a parlare degli stemmi della Casa Reale, originaria dell’Aragona, che dovevano esserci in questo maniero. Dico dovevano, perché in loco non ne sono stati trovati, ma possiamo ipotizzare quali dovevano essere nel periodo tra il Trecento e il Quattrocento. Intanto, diciamo che lo STEMMA è uno scudo che racchiude degli elementi grafici che consentiva (e consente) di richiamare alla mente subito e con chiarezza una famiglia, un capo o un re, durante le battaglie, quando gli eserciti non indossavano le stesse divise. Poi furono usati negli eserciti in guerra e, tra una guerra e l’altra, durante i combattimenti simulati nei tornei. Il sistema di identificazione fu così efficiente che venne adottato in tutta Europa, tanto che nacquero dei funzionari addetti, chiamati “araldi”, in grado di riconoscere i numerosi simboli, dando così vita all’Araldica. Pertanto, sicuramente in un castello come questo o sulle porte d’ingresso della città, doveva esistere uno stemma in metallo, o in legno, in pietra, in marmo, oppure uno stendardo in stoffa, che avrebbe dovuto far capire anche da lontano, chi fosse il sovrano che regnava. Nel periodo poco prima della costruzione e a costruzione avvenuta, quindi poco prima del 1400, lo stemma del regnante consorte di allora (regnava assieme alla moglie, Maria d’Aragona dal 1392) Martino d’Aragona¹, I di Sicilia dal 1401, detto il Giovane, era quello voluto un secolo prima, nel 1296, da un suo antenato, Federico d’Aragona III re di Sicilia (o di Trinacria dal 1302), quando questi fu incoronato a Catania nel Castello Ursino. Quindi lo stemma esposto nel castello doveva essere quello nella Foto 2, "Inquartato in croce di Sant'Andrea, al 1° e 4° quarto le Barre d'Aragona, al 2° e 3° quarto d'argento all'aquila col volo abbassato di nero di Svevia-Sicilia". Le “Barre d’Aragona” altrimenti chiamate “Le 4 barre” o “I 4 pali” servivano a ricordare la Corona d’Aragona (Foto 3), formata dal Regno d’Aragona e dalla Contea di Barcellona, unitisi nel 1150, in seguito al matrimonio tra la regina d’Aragona e il conte di Barcellona; le “Aquile di Svevia-Sicilia” servivano a ricordare che lui, Federico III di Sicilia, era pronipote per via materna dell’imperatore Federico II, il quale aveva come stemma, appunto, “un’aquila a volo abbassato di nero posta in campo d’oro” (Foto 4), mentre in quello di Svevia-Sicilia era in “campo d’argento”. Le “Barre d’Aragona”, ovvero i “4 pali di rosso in campo d’oro”, ricorderebbero il viaggio, fatto da uno dei primi re d’Aragona, Sancho Ramírez (1064-1094), a Roma nel 1068, per consolidare il giovane regno d'Aragona offrendosi in vassallaggio al Papa, Alessandro II (1061-1073), documentato insieme all'ammontare del tributo annuo di 600 marchi d'oro. Da ciò si è dedotto che da questo viaggio tornarono, come emblema del vincolo vassallatico, le “barre rosse e oro”, ispirate alle fascette rosse dei sigilli vaticani su fondo dorato, colori propri della Santa Sede e visibili tuttora nell'ombrello Vaticano. Ma a Piazza esistono altri tre stemmi di regnanti con insegne aragonesi. Questi tre stemmi si trovano tutti nel Collegio dei Gesuiti, due murati nel portico e uno, molto grande e di metallo, all’interno della sala della Mostra del Libro Antico. I due murati sono tra i più belli e prestigiosi che abbiamo nella nostra città, e si trovano nel portico grazie al recupero, voluto dal dott. Francesco Galati, durante dei lavori nel collegio negli anni 80/90. Uno è del 1504 ed è di Ferdinando II d’Aragona re di Sicilia dal 1468, ma sullo stemma troviamo il simbolo del Regno di León, un “leone rampante”, di cui era diventato il re da quando aveva sposato la cugina Isabella di Castiglia e León nel 1469. L’altro è, come si può leggere alla base dello stemma, del 1512, e si riferisce sempre al re che rese possibile la scoperta dell’America nel 1492, ovvero Ferdinando II re d’Aragona, ma che, qualche anno dopo, nel 1512 appunto, avrebbe istituito nella nostra città il Tribunale dell’Inquisizione retto prima dai Domenicani e poi dai Gesuiti. Guardando la foto, a colori è meglio, si distinguono i Regni del sovrano in quel periodo. Il terzo stemma con all’interno i colori Aragonesi è quello di Ferdinando I delle Due Sicilie, presente nella sala della Mostra del Libro Antico. È di tre secoli dopo rispetto ai primi due, quando a re Ferdinando I di Borbone re di Sicilia e re di Napoli fu concesso, nel 1816, di riunire i due Regni in quello delle Due Sicilie. Questo stemma si trova nel Collegio dei Gesuiti, perché dal 1780 nel Collegio era stata istituita da re Ferdinando la Real Accademia degli Studi, erede della precedente Università degli Studi, voluta dal gesuita don Antonino Chiarandà, e nello stemma, appunto, c’è la scritta REALE ACCADEMIA DEGLI STUDII DI PIAZZA. Non mi rimane che consigliarvi di visitare, ora che sapete queste prestigiose presenze, il portico del Collegio dei Gesuiti qui accanto e la Mostra del Libro Antico, dove troverete altri nostri gioielli, non ultima l’epigrafe papale affissa, nel 1600, sulla porta della biblioteca del Convento dei Francescani Osservanti di San Pietro.

¹ Martino d'Aragona (1374-1409) rimasto vedovo della prima moglie nel 1401, sposò l'anno seguente Bianca di Navarra che, nel 1411, si rifugiò proprio nel Castello Aragonese di Piazza, per non essere catturata dalla parte avversa, guidata dal conte di Modica, Bernardo Cabrera (Cfr. C. Urso, Regine e dame nei castelli..., Annali Univ. St. Catania, 2009, p. 29).

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U sciùm Vaddutànu

Se ricordo bene, il detto "Tu si còm u sciùm Vaddutànu" andava in voga a Piazza sino agli anni Sessanta/Settanta, poi niente più. Spesso lo sentivo ripetere da mia mamma nei miei confronti o, qualche volta, verso altri parenti o conoscenti. Devo ammettere che a me, non sapendo cosa volesse dire, non faceva né caldo e né freddo, anche se qualcosa, seppur lontanamente, intuivo, perché bastava fare due più due per avere il risultato di quattro, ovvero il duro rimprovero per aver esagerato, ancora una volta, nel fare una certa azione. Faccio un esempio, prima di spiegare da che cosa deriva il detto. Come tanti "geni incompresi" io a scuola andavo così così, e in certi periodi "nan n vulìva màncu d' calàta", ovvero "non ne volevo neanche di discesa" cioè studiavo di malavoglia, perché avevo altro a cui pensare. Il gioco a casa o quelli in via Bonifacio con i compagni, l'associazione cattolica a Santa Veneranda, leggere giornaletti, insomma altri importanti interessi. Certi periodi, invece, mi sedevo sulla mia piccola scrivania, che poi non era altro che il tavolino della cucina o una sedia, subito dopo pranzo e non mi alzavo se non dopo aver fatto tutti i compiti e oltre, per ore e ore. Forse è meglio non esagerare, per mezz'ore e mezz'ore. Quindi passavo dal completo disinteresse, che poteva sfociare in negligenza, all'impegno totale che mi coinvolgeva completamente, gettandomi appassionatamente a capofitto. E così nello sport, nelle amicizie, negli affetti, etc., con risultati non sempre positivi e soddisfacenti per la mente, per il cuore e per l'anima. Però, tornando al significato, non capivo a che cosa si riferisse il termine "vaddutànu".
Di recente ho avuto la possibilità di avere tra le mani il volume inedito Storia di Piazza - Famiglie Nobili del nostro concittadino avv. Alceste Roccella. Ebbene, scorrendolo, mi sono imbattuto in un feudo in possesso di alcune nobili famiglie di Piazza¹, il Gallitano e, tra parentesi, quasi sempre, come veniva chiamato dai Piazzesi, Vaddutanu, senza accento. Subito è partita la ricerca per capire il nesso tra il feudo e il famoso proverbio. Alla fine sono arrivato a questa conclusione.
Il «vasto feudo nobile Gallitano» come dice in una nota il Roccella, si trova «Oggi [...] in provincie di Girgenti con miniere di zolfo appellasi vulgarmente "Vaddutanu"» e, più precisamente, ce lo indica il medico e sacerdote Giuseppe De Gregorio (1703-1771) nel suo opuscolo stampato nel 1746 «Il Ragionamento accademico intorno ad una mofeta di un'acqua minerale di Sicilia; fatto storico fisico accaduto nel feudo del Gallitano, cinque miglia distante dalla terra di Mazzarino» e a est di Sommatino, dove «la Valle del Salso si spalanca in una vasta conca oblunga, definita dalla terrazza fluviale e chiusa tutt'intorno dai rilievi dell'altopiano gessoso - solfifero. Il fiume [Salso o Imera Meridionale] serpeggia pigro lungo la pianura, descrivendo cinque grandi anse tra brevi colline argillose modellate dalle arature, prima di sparire inghiottito dallo stretto di Gallitano»².
Quindi, il feudo Gallitano è attraversato dal fiume Salso chiamato in questo tratto Gallitano, in dialetto Vaddutànu. Il fiume qui trova uno stretto con delle gole che ne rallentano la portata, quasi nulla nella stagione secca, ma che le forti precipitazioni autunnali provocano piene improvvise, che possono anche causare pesanti danni ai terreni adiacenti al corso del fiume³.
Ecco spiegato come "Vaddutànu" fosse la dizione dialettale di Gallitano, come veniva chiamato il tratto del fiume Salso - Imera Meridionale quando attraversava, appunto, il feudo omonimo, posseduto da nobili piazzesi, e quindi conosciuto molto bene dai compaesani, ed esistente tra Mazzarino e Sommatino (vedi foto)4. Il fiume in quella zona era ricordato per l'esigua portata durante la stagione secca e per le piene improvvise e abbondanti a tal punto da provocare frequenti inondazioni, specie in autunno (come sta avvenendo in Sicilia in questi giorni). Tutto ciò spiega perché il fiume veniva preso da esempio per indicare qualcuno (o qualcosa) che non aveva mezze misure, proprio còm u sciùm Vaddutànu, quàn a sìccu sìccu, quànn a sàccu sàccu... còm i 'nvasàti!

¹ Palermo, Crescimanno, Trigona.

² Gazzetta Ufficiale - Regione Sicilia, DECRETO ASSESSORIALE 3 maggio 1997 - Dichiarazione di notevole interesse pubblico della Bassa Valle del Salso o Imera Meridionale. (GU Serie Generale n. 187 del 12-08-1997).

³ Cfr. Wikipedia, Imera Meridionale - Regime, 24/10/2019.

4 6 km a ovest di Mazzarino e 4 km a est da Sommatino.

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