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Gaetano Masuzzo

Gaetano Masuzzo

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Conversazione Piazza Garibaldi/5

In giallo come doveva essere l'inferriata sul piano dinnanzi al Palazzo di Città di Piazza Armerina

(dalla 4^parte) La prof.ssa Lucia Todaro riporta una poesia in galloitalico del notaio Remigio Roccella, dove parla di quello che si può vedere sul CIÀNGH Î FERRI Â CÖRT (sul Piano con l'inferriata nella corte del Palazzo di Città) in piazza Garibaldi, prima del 1884. Io l’ho tradotta così:

«Sotto il portone del palazzo di Città
c’è uno spiazzo circondato da un’inferriata.
Questo luogo è sempre pieno di oziosi,
che non vuole lavorare e qui passeggiano,
dato che il sole li riscalda ogni mattina.
Medici, preti, calzolai, farmacisti,
avvocati, villani, maestri barbieri,
notai, muratori e sagrestani,
commercianti, mastri d’ascia e bottegai,
facchini, sarti, puttanieri
e nobili e ricchi e poveri servitori,
facendo salvi le giuste eccezioni,
tutti di questo e quello parlano male,
stanno immobili e passeggiano a coppie».

La professoressa conclude la vicenda dell’inferriata, in ferro battuto e bronzo, così:       

«STORI D’ORBI: I FERRI Â CÖRT… RUDÙI [Storie di ciechi: i ferri alla corte… rosicchiati]. La poesia del Roccella fu scritta prima del 1884, quando per fare le strade principali, questa inferriata, fatta in ferro battuto e bronzo, fu staccata e conservata nei magazzini del Comune. Fu conservata così bene che non si trovò più! L’avvocato Rosario Roccella riporta che qualcuno, per ridere, s’inventò che se l’erano rosicchiata i ratti. E così rimase il modo di dire, quando una cosa spariva senza sapere il chi e il come, ma si sapeva, eccome: ‘’E che è rimasto come i ferri alla Corte?’’. I buchi ancora si notano nelle pietre del piano! Andateli a vedere!»
Aggiungo io che, probabilmente, l’inferriata era stata collocata per impedire l’accesso al piano agli asini e ai muli che avrebbero sporcato. (continua)

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Conversazione Piazza Garibaldi/4

Chiesa di San Rocco o Fundrò, Piazza Armerina

Palazzo di Città ex Palazzo del Senato, Piazza Armerina

(dalla 3^ parte) Dal Calendario alla Ciaccësa della prof.ssa Lucia Todaro veniamo a sapere che a Piazza c’era questo «MÒDU CURIÖS D’ PAIÈ I DEB’TI», che io ho cercato di tradurre così:

  - MODO CURIOSO DI PAGARE I DEBITI (una specie di gogna) -

«Guardando i basamenti sotto il campanile della chiesa di Fundrò [nei riquadri in giallo foto in alto] o a fianco del portone del Circolo di Cultura, si capisce che prima vi dovevano essere dei sedili di pietra. Non servivano solo per sedersi, ma per fare una pratica di grande mortificazione per gli sventurati che vi capitavano! Si sentiva prima una tamburinata, per chiamare la gente. Poi veniva l’usciere con quello che doveva riscuotere i debiti. Il cattivo pagatore, strascinato, era spinto a forza nel sedile e lo si faceva sedere con tutti i sensi, tante volte per quanti debiti aveva, davanti a tutti, che gliene dicevano di tutti i colori. Da quest’usanza non tanto civile, viene il modo di dire che “se uno scivolava e sbatteva a terra per bene” vuol dire che aveva pagato tutti i debiti! Viene naturale pensare come potesse finire a noi di questi tempi, perché tutti siamo indebitati! Da questo viene l’origine della maledizione: "VA DÖNA CÖ CH’ T’ R’STÀ" che in italiano è "Vai a dare quello che ti è rimasto (di pagare)"». Però, aggiungo io, il "CÖ" alla ciaccësa può essere frainteso col "CÛ", quindi con «Vai a dare il culo… che ti è rimasto (da dare)».

Dopo la chiesa di Fundrò passiamo a un altro grande edificio presente nella nostra piazza Garibaldi: il Palazzo di Città. Prima era chiamato Loggia Comunale (foto in basso), poi fu ristrutturata per dar posto al Palazzo del Senato o «Casa senatoria». Il titolo di Senato fu concesso da re Ferdinando IV di Borbone nel 1777 ed era l’istituzione che deliberava le decisioni giurisdizionali, amministrative e legislative comunali. I componenti del Senato erano scelti tra i nobili, da cui scaturiva il governo municipale formato da 6 senatori, uno dei quali prendeva il titolo di Patrizio (il Sindaco dal 1821). Il primo Patrizio di Piazza fu il sacerdote Vincenzo Starrabba dei principi di Giardinelli, poi diventato I marchese di Rudinì (1730-1803). L’incarico della costruzione del Palazzo Senatorio fu dato, nel 1764, al catanese Francesco BATTAGLIA, architetto del principe di Biscari, Ignazio Paternò Castello. Il Battaglia è lo stesso architetto che tre anni dopo, nel 1767, completerà la cupola del nostro Duomo, progettata oltre un secolo prima dall’architetto romano Orazio Torriani. I maggiori fautori, col beneplacito dei vicini monaci Benedettini, furono tre appartenenti alla nobile famiglia dei Trigona della Floresta. Il Palazzo fu ultimato nel 1778, data riportata nell’affresco della volta nella sala consiliare¹ realizzato dal palermitano Salvatore Martorana. Al piano terra del Palazzo di Città oggi c'è la sede del Circolo di Cultura, da alcuni chiamato anche Circolo dei Nobili. Nel 1814 si chiamava Circolo Unione, nel 1835 vi si stabilì anche il Circolo Progresso. Nel 1910 di questi due circoli se ne formò uno solo, chiamato prima Circolo Operaio poi Circolo Indipendente che, dal 1922, divenne Circolo di Cultura Fascista sino al 1944, quando fu chiamato semplicemente Circolo di Cultura, come oggi. Una curiosità, durante l’ultima guerra mondiale, il circolo fu requisito e occupato dai militari che vi organizzavano anche serate da ballo. (continua)

¹ Il 21 luglio 2019 l'aula consiliare è stata intitolata a Boris Giuliano, il Capo della Squadra Mobile di Palermo nato a Piazza Armerina il 22 ottobre 1930 e assassinato dalla mafia il 21 luglio 1979.

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Un altro stemma al Carmine

Lo stemma all'interno della chiesa del Carmine, Piazza Armerina

In una chiesa di quasi quattro secoli non si finisce di trovare elementi interessanti da approfondire, facendosi aiutare dall'immenso volume del concittadino Litterio Villari¹, da internet e, perché no, dall'intuito. È il caso dello stemma nella foto, un bassorilievo in gesso che si trova ad altezza d'uomo, sul pilastro addossato alla parete della controffacciata, entrando a sx, nella nostra chiesa del Carmine. Forse esisteva anche dall'altra parte, prima di qualche restauro non proprio certosino. Le figure riprodotte nello scudo ovale inquartato ecclesiastico ci indicano: nel 1° quarto (a sx in alto) tre uccelli, due dei quali, i superiori, posti frontalmente coi becchi che si sfiorano. Potrebbero ricordare lo stemma del priore sotto il governo del quale fu sistemato il bassorilievo, oppure potrebbe rappresentare il maestro che parla agli studenti della casa di studi (o Studio Pubblico), già esistente dalla prima metà del XV secolo nel convento piazzese per la formazione delle nuove vocazioni. Lo Studio Pubblico di Plaza, come veniva chiamata la nostra città da quando regnavano gli Spagnoli, dal 1555 vide l'avvio della Scuola Musicale Piazzese da parte dell'ottimo musicista piazzese padre Riccardo La Monica, continuata dal 1577 dal maestro musicista sottopriore padre Antonio Sanso (o de Sanso). Sette anni più tardi, il maestro fondatore della Scuola Polifonica Siciliana, Pietro Vinci da Nicosia, portò a Piazza le novità della Scuola Musicale Veneziana, dispensando consigli e suggerimenti ai Padri Carmelitani di cui sopra e al laico piazzese Antonio il Verso, che divenne il massimo rappresentante della Scuola Polifonica Siciliana; nel 2° quarto (a dx in alto) 8 sfere, in araldica chiamate anche bisanti², che ricordano le otto punte dei raggi della stella simbolo dei Carmelitani. Il numero di 8 raggi era adottato nelle province governate dalla Spagna, mentre, per esempio, in Francia i raggi erano 5 e in Germania, Olanda e Italia 6; nel 3° quarto (in basso a dx) è riportato il giglio, simbolo di San'Alberto di Trapani, inteso anche come Sant'Alberto sacerdote Carmelitano o Sant'Alberto Abate o Abbati. Quest'ultimo era il cognome del padre di Alberto, Benedetto Abate ammiraglio della flotta di Federico II di Svevia. Nato tra il 1240 e il 1250 a Trapani e morto nel 1307 a Messina, nel XVI secolo fu stabilito che ogni chiesa carmelitana avesse un altare a lui dedicato e, infatti, nella chiesa di Piazza è il primo altare di dx; nel 4° quarto (in basso a sx) è raffigurata la palma, simbolo di Sant'Angelo di Gerusalemme o di Sicilia o di Licata martire. Nato nel 1185 a Gerusalemme, morì martirizzato a Licata (AG) nel 1225 (per altri nel 1239). Nella chiesa di Piazza gli è stato dedicato il 1° altare di sx. La palma si spiega sia perché il Santo era nato a Gerusalemme e la palma ricordava l'entrata trionfale di Gesù in Gerusalemme, sia perché il Santo essendo un martire, era simboleggiato dalla palma che era un segno di resurrezione (dei martiri), di gioia, di trionfo, di rinascita, di sacrificio e di purezza. Secondo la tradizione Sant'Angelo di Sicilia visse nella nostra città e forse fondò il nostro Convento nel 1238. Sant'Alberto di Trapani, sempre secondo la tradizione, venne a Piazza forse nell'occasione del Parlamento del Regno del 1296, ed essendo un famoso santo taumaturgo, suscitò nella nostra città grande devozione. Nel 1585 la Provincia Carmelitana Siciliana si divise in due, prendendo i nomi dei Santi sopracitati: la Provincia di Sant'Angelo quella a occidente, la Provincia di Sant'Alberto quella a oriente di cui faceva parte il nostro convento.

¹ Litterio VILLARI, Storia Ecclesiastica della città di Piazza Armerina, S.M. di S.P., Messina 1988, pp. 261-277.

² È un termine utilizzato in araldica per indicare un tondino di metallo. Il nome deriva dal bisante, moneta d'oro coniata a Bisanzio e introdotta in Europa dopo che i Crociati presero Costantinopoli (o Nuova Roma) nel 1204, oggi chiamata Istambul (Turchia). 

Altri stemmi nella chiesa (Famiglia Iaci e Famiglia Crescimanno)  e nel chiostro del Carmine.

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La «Presentazione al Tempio» di Fundrò

Bottega siciliana XVII secolo, Presentazione al Tempio, particolare, Piazza Armerina, chiesa San Rocco (Fundrò)

Girolamo Alibrandi, Presentazione al Tempio (1519), Messina, Museo Regionale

Come avevo accennato in Conversazione Piazza Garibaldi/3, nella chiesa di San Rocco, altrimenti intesa anche di Fundrò, è presente, nella parete di sx, un quadro (foto in alto) a olio su tela di cm 140 x 160, rappresentante la Presentazione al Tempio. «Il dipinto apparterrebbe ad un ignoto pittore della prima metà del XVII secolo di bottega siciliana. L'autore della tela ha potuto probabilmente osservare direttamente l'opera dell'Alibrandi (foto in basso) interpretando in modo alquanto originale il tema trattato dal pittore messinese. Un'ulteriore e suggestiva testimonianza dell'eco prodotta in Sicilia dall'opera del valente pittore messinese. Alcune fonti ottocentesche testimoniano la presenza, all'interno della chiesa di San Rocco, di alcuni pregevoli dipinti legati a nomi di celebri pittori [...]. La copia in esame, insieme ad altri dipinti esposti all'interno della chiesa di San Rocco, faceva parte originariamente della collezione privata del vescovo di Agrigento (all'epoca Girgenti), monsignor Pietro Maria D'Agostino [1756-1835] che, intorno agli anni Venti-Trenta dell'Ottocento, fece dono della sua pregevole raccolta di quadri e disegni, acquistati in parte a Roma, alla congregazione cassinese del Monastero di Fundrò, a cui egli stesso apparteneva. Difatti, le motivazioni di questa ricca donazione sono da ricercarsi nel fatto che monsignor D'Agostino, vescovo di Girgenti, [...], è lo stesso Pietro D'Agostino da Sciacca che fu abate dal 1808 al 1824, menzionato da L. Villari (1988) nell'elenco degli abati della congregazione cassinese del suddetto Monastero. [...] A sostegno del fatto che il quadro di Piazza Armerina facesse parte della collezione privata del Monsignor D'Agostino disponiamo delle dimensioni della tela, 140 x 160 cm, assai più ridotte rispetto ai 452 x 351 cm della grande pala del 1519. Questo confronto dimostra che l'opera seicentesca non sia stata concepita per essere collocata all'interno di un luogo di culto, ma per diventare oggetto di devozione privata. [...] Quasi certamente il dipinto in esame non è di mano di un solo autore, ma è frutto di una collaborazione tra artisti provenienti dalla stessa bottega siciliana. Difatti, osservando le figure che compongono la scena, si rileva da subito la meritevole fattura dei ritratti dei protagonisti del rito [...], facendo emergere per contrasto lo scarso valore delle figure secondarie [...]. [...] Lo studio della pregevole opera dell'Alibrandi ha reso possibile non solo l'individuazione a Piazza Armerina, nella chiesa di San Rocco (Fundrò), del dipinto seicentesco opera di ignoto pittore siciliano (con aiuti e relativi rifacimenti), ma anche [...] a riflessione sull'influenza esercitata da questo valente pittore sul territorio siciliano, fortuna testimoniata dalla presenza in vari luoghi della Sicilia di artisti che hanno reinterpretato la Presentazione al Tempio messinese in maniera personale e originale. Si può conferire a pieno titolo al capolavoro dell'Alibrandi il merito di aver scritto una pagina di grande interesse nella cultura figurativa siciliana del XVI secolo. Messina, Piazza Armerina, Marsala, Taormina, Acireale sono solo alcuni dei centri nei quali tutt'oggi si possono osservare i segni tangibili dell'eco prodotta da questo celebre dipinto, diventato meta di attrazione e punto di riferimento di alcuni abili artisti per un ampio arco di tempo fino al XVII secolo» (Chiara FAUZIA, Echi alibrandeschi nell'entroterra siciliano: la copia seicentesca della Presentazione di Gesù al Tempio di Girolamo Alibrandi nella chiesa di San Rocco (Fundrò) di Piazza Armerina, in Archivio Storico della Sicilia Centro Meridionale, Anni IV-V, N. 8-9, Caltanissetta 2018, pp. 167-214).

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