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Gaetano Masuzzo

Gaetano Masuzzo

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Edicola n. 67

Per questa foto, che si riferisce all'Edicola Votiva n. 67 del mio censimento, devo ringraziare uno dei giovani fotografi più attivi in questo periodo nella nostra cittadina, Alessio D'Alù. Infatti, è stato lui che nel febbraio del 2016 me l'ha inviata, segnalandomi anche il luogo in cui si trovava, e spero che si trovi ancora, la contrada Mangone. Come si può vedere dalla nicchia, che racchiude un dipinto dedicato alla Crocifissione, e dalla cappella in cui è sistemata, è in pessime condizioni. Purtroppo, come tutte le cose terrene, l'edicola, che sicuramente fu eretta tanti anni fa per devozione di alcuni residenti, è caduta nel disinteresse e nell'oblio più assoluti e, quindi, è in procinto di scomparire definitivamente.

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Edicola n. 66

L'Edicola Votiva n. 66 è composta da una statua in marmo della Madonna (foto in alto) e dal busto (foto in mezzo), sempre in marmo, del Beato Giacomo Cusmano che si trovano presso l'Istituto "Boccone del Povero - Fratelli La Malfa", a poche centinaia di metri dal centro abitato a sud di Piazza. Dall'aprile del 2015, un decreto della Regione Siciliana ha concesso la possibilità alla CONGREGAZIONE FEMMINILE DELLE SERVE DEI POVERI "BOCCONE DEL POVERO" OASI CUSMANO LA MALFA, di svolgere attività assistenziale a favore di Anziani presso la Casa di Riposo di Contrada Scarante a Piazza Armerina. Dal sito www.cusmano.org sappiamo che «il fondatore del "Boccone del Povero" fu il Beato Giacomo Cusmano, nato a Palermo il 15 marzo 1834 e morto il 14 marzo 1888 a soli 54 anni, spesi per il servizio dei fratelli poveri in cui vedeva Gesù. Apparteneva alla nuova borghesia siciliana, fu medico assieme ad Enrico Albanese, medico di Garibaldi e fondatore dell’Ospizio Marino a Palermo, e Michele De Franchis. Il Cusmano fu medico di poveri che affollavano la Palermo dell’800 e le campagne di San Giuseppe Jato, dove i Cusmano possedevano terre e case. Ma davanti alla miseria sempre crescente (colera, guerra del ’48 e del ’60, sommosse del ’66) volendo fare di più per la gente si fece prete, prete per i poveri. Contemplando nel volto del Povero Gesù stesso, s’impegnò con tutte le sue forze e i suoi averi a raccogliere, sfamare, istruire i poveri e fonda allora, il “Boccone del Povero”. A casa dell’amico De Franchis aveva visto che ogni commensale, prima di mangiare, metteva da parte un boccone, con cui si sfamava un povero. “Se tutti i benestanti di Palermo facessero la stessa cosa, si potrebbero sfamare tanti poveri”. E va di casa in casa in cerca del boccone, con cui sfamare tanti vecchi, ragazzi, bambine, giovani, sfruttate…». Le suore della Congregazione Femminile Delle Serve Dei Poveri precisano che «Siamo religiose di voti semplici e perpetui, che viviamo una vita fraterna di “carità” ad imitazione di Cristo povero casto e ubbidiente, in una congregazione di vita apostolica, di diritto pontificio, chiamate a vivere la santità nella fedeltà del carisma del Cusmano. Abbiamo come fine "predicare la fede con la carità delle opere" per la salvezza delle anime e la promozione integrale del Povero, a gloria di Dio». Nel sito, però, non si parla dell'altro termine "LA MALFA". Dalle ricerche fatte tempo fa, risulta che l'Istituto "La Malfa" fu istituito dal vescovo di Piazza Armerina mons. Mario Sturzo nel 1905; nel 1953 i fratelli Giovanni e Gerolama La Malfa fondano l'Orfanotrofio maschile "S. Gabriele dell'Addolorata" con sede in via Monte Prestami e, nel 1961, i fratelli farmacisti Giovanni e Salvatore, assieme alla sorella insegnante Gerolama La Malfa, lo trasformano in "Casa Del Fanciullo", passando tutti i loro beni alla Congregazione delle Suore del "Boccone del Povero", che si occupano soprattutto dei figli abbandonati da genitori separati. I fratelli La Malfa riposano tutti nel cimitero della Bellia, nella loro tomba sul viale a poche decine di metri sulla dx dall'ingresso principale. Nella foto in basso il grande quadro che ritrae il Beato Cusmano in un locale della Cattedrale, nella salita Marco Trigona.

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Sepoltura di nobili piazzesi a Palermo

Lapide sepolcrale coniugi Trigona e Starrabba, 1670, chiesa di S. Maria della Catena, Palermo

Chiesa di S. Maria della Catena, Palermo, XV-XVI sec.

Sin dai primi anni del Seicento, alcuni appartenenti alle nobili famiglie piazzesi, avevano deciso di soggiornare e, in alcuni casi, di trasferirsi definitivamente a Palermo. Era il periodo della grandiosa operazione urbanistica che modificò con demolizioni, sventramenti ed edificazioni il tessuto topografico della città. I nobili e gli ordini religiosi per attestare la loro opulenza e potenza facevano a gara nell'edificare splendidi palazzi, chiese sontuose, grandiose case conventuali. I baroni si presentavano alla Corona come l'unica forza in grado di assicurare la pace sociale e la fedeltà alla Spagna da parte dei Siciliani. Tra questi nuovi palermitani troviamo alcuni componenti di due tra le più nobili, ricche e influenti famiglie di Piazza, la Trigona e la Starrabba. Questa presenza di piazzesi nella capitale della Sicilia è confermata da una lapide sepolcrale (foto in alto) nella chiesa di Santa Maria della Catena (foto in basso). Edificata tra la fine del '400 ed i primi del '500 la dove c’era già un’antica cappella votiva, la chiesa di Santa Maria della Catena era così chiamata perché si trovava ad una delle estremità della catena di ferro che chiudeva il vecchio porto al fine di impedire le incursioni nemiche, ma anche a memoria del miracolo avvenuto nell’agosto del 1392 per il quale tre palermitani, che dovevano essere ingiustamente impiccati in Piazza Marina, legati dai propri carnefici all’altare dell’antica cappella, nell’attesa che passasse un forte temporale sopraggiunto, videro accolte le loro preghiere alla Madonna, la quale gli parlò liberandoli dalle catene. Il progetto della chiesa è attribuito a Matteo Carnalivari, insigne architetto rinascimentale di cultura catalana. In seguito al prolungamento sino al mare del Cassaro (oggi Corso Vittorio Emanuele) nel 1581, si creò un dislivello che fu colmato con una scalinata d’accesso¹. Dopo l'ingresso si notano tre navate e ai fianchi delle due navate laterali sono presenti le cappelle, aggiunte più tardi. Per i danni dell'ultimo conflitto mondiale, sono rimaste integre le cappelle del lato destro, mentre la parete di sinistra è stata danneggiata dai bombardamenti². È proprio in una delle semi-cappelle ricostruite (la seconda nel lato danneggiato di sx) che troviamo la lapide nella foto in alto. Leggendola attentamente si scopre che è stata posta nel 1670 da don Antonino Maria Trigona e Starrabba, in ricordo dei suoi genitori, don Antonio (o Antonino junior) Trigona barone di San Cosmano morto due anni prima (1668) e donna Solomea Starrabba e Landolina, figlia del regio milite Pietro barone di Scibini e di Francesca Landolina baronessa di Giardinelli³. Inoltre, sia i due Trigona sia Solomea erano nipoti del barone Marco Trigona (1546-1598), in quanto lui e il fratello Antonio erano figli del barone di Spedalotto sposato con una Starrabba, Vincenza. Un'ulteriore conferma che i matrimoni tra nobili parenti erano frequentissimi, l'abbiamo dallo stesso barone Marco che aveva sposato Laura (1557-1597) figlia di sua sorella Beatrice e di Giovan Francesco de Assaro, pertanto Laura era nipote di Marco. Per quanto riguarda il sito originario della posa della lapide, esiste qualche dubbio derivante da quanto è riportato in una pagina dell'opera "Della Sicilia Nobile" del marchese di Villabianca Francesco M. Emanuele Gaetani4 «Per chiosa di questo capitolo [riguardante la famiglia Trigona] placemi trascriver quivi una nobile iscrizione sepolcrale di un Cavaliere di questa Casa, che vedesi in questa nostra Metropoli [Palermo] nella chiesa di S. Giuseppe dei Padri Teatini incisa in una tavola di marmo posta per pradella dell'Altare di S. Andrea Avellino» e segue l'identica iscrizione nella lapide. Si sconoscono i motivi per i quali la lapide si trovi oggi nella chiesa palermitana di Santa Maria della Catena, se l'Emanuele Gaetani l'ha vista a metà del Settecento presso la chiesa dei Teatini ai Quattro Canti5.     

¹ Cfr. il sito http://www.turismopalermo.it/chiese-palermo/chiesa-santa-maria-della-catena (consultato il 22 gennaio 2020). Originariamente le scalinate erano due laterali. Il prolungamento creò il cosidetto "Cassaro morto" cioè l'ultimo tratto della strada, il tratto più "giovane ma meno nobile" (Le chiese del Cassaro morto, palermo.mobilità.org, consultato il 25 gennaio 2020).

² Cfr. il sito http://www.palermoviva.it/chiesa-santa-maria-della-catena/ (consultato il 22 gennaio 2020).

³ Ciò spiega i blasoni delle due famiglie nei due quarti superiori degli stemmi ai lati dell'iscrizione: Trigona e Starrabba, mentre in quelli inferiori ci sono i blasoni di due antenate di Solomea, a sx quello della nonna, Ippolita Sortino b.ssa di Scibini, a dx quello della madre, Francesca Landolina b.ssa di Giardinelli. 

4 F. M. Emanuele e Gaetani, Della Sicilia Nobile, Nella Stamperia de' Santi Apostoli per P. Bentivegna, Palermo 1757, Vol. 3, Continuazione della Parte II, p. 183.

5 Qualche giorno dopo la pubblicazione del post, l'amico Antonio Barbera, che segue costantemente il mio sito da Messina, mi ha segnalato che nella "Guida per Palermo e pei suoi dintorni" del barone V. Mortillaro, Tip. del Giorn. Letterario, Palermo 1836, senza numero della pagina, ma che io ho rintracciato nelle pp. 31-32 dell'edizione Stamperia degli eredi Graffeo, Palermo 1829, nella chiesa della Catena, facente parte della Parrocchia della Kalsa, «avvi in questa chiesa una immagine di San Gaetano, quadro [...] di Pietro Novelli [...] nella terza cappella che entrando è a sinistra, e nella cappella contigua uno di Sant'Andrea Avellino del Carrega» ciò a dimostrazione che anche in questa chiesa dei CC. RR. Teatini esistesse una cappella dedicata a Sant'Andrea Avellino. Probabilmente, come dice l'amico Antonio, «l'errore [del marchese di Villabianca] di ubicazione è possibile in quanto lo scopo del Gaetani è scrivere un libro sulle famiglie nobiliari non sulle chiese e confraternite di Palermo».

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La grande lapide a San Martino

Lapide sul pavimento all'ingresso della chiesa di San Martino di Tours, Piazza Armerina

Chiesa di San Martino di Tours, XII sec., Piazza Armerina

Nell’ultima mia visita dell’11 novembre scorso, alla chiesa di San Martino di Tours della nostra Città, ho rivisto e rifotografato la lapide nella foto in alto. Questa volta ho provato a capire di cosa si tratta. Siamo nel 15891, la nostra città, chiamata oltre che Platia anche Plaza, da settant’anni porta il titolo di Civitas Opulentissima (Città Ricchissima), ottenendo il privilegio di accollare lo stemma comunale all’aquila nera della Casa reale d’Aragona. Ma l’opulenza non ripara la comunità dalle continue epidemie di peste. Negli ultimi settant’anni, appunto, ve ne sono state ben sette, causando ogni volta centinaia di vittime, se non migliaia, nonostante le misure adottate dai vari medici, uno fra tutti il protomedico del regno piazzese Antonio Pirro (†1532 a Palermo). Le misure adottate c’è anche quella ignorante, superstiziosa e sbrigativa di dare alle fiamme tutto quello che capita, comprese le carte dei vari archivi, come nel 1575, quando vengono distrutti secoli di notizie sui nostri antenati. Anche le carestie, quasi sempre conseguenti alle cicliche siccità, hanno provocato tanti morti e in Sicilia, negli ultimi cinque anni, sono stati ben 250.000. Tutto ciò, però, non rallenta l’incremento della popolazione, che raggiunge oltre i 16.000 abitanti, quasi tutti situati nell’antico quartiere, o meglio, negli antichi quartieri, che formano la città murata2. Uno di questi è quello che dal XIII secolo si è venuto a formare attorno a quella che si ritiene la prima chiesa della città, distrutta nel 1161 e ricostruita nei decenni successivi non per volontà dei Normanni, come la tradizione ci aveva tramandato, bensì per quella degli Aleramici. È la chiesa di San Martino di Tours (foto in basso), il quale culto arriva in Sicilia con i Normanni, che dà, appunto, il nome al quartiere che vi gravita intorno. La chiesa è anche la sede della numerosa Confraternita di Santa Maria della Carità, formata da Sacerdoti e Artigiani, sotto il titolo dei Defunti. Ed eccoci arrivati alla nostra lapide, l’unica rimasta delle tante che dovevano esserci, ma andate perdute nei vari restauri, rimaneggiamenti e ristrutturazioni deleteri. Con la lapide il Priore (responsabile, rappresentante) della confraternita che si riunisce nella chiesa, vuole ricordare il benefattore che si è prodigato nell’aiutare i parrocchiani meno fortunati, probabilmente durante l'ultima epidemia. Il priore pro-tempore è il nobile Andrea D’Assaro, sicuramente un parente stretto di Laura, moglie del barone Marco Trigona, e del padre, il medico e matematico Giovanni Francesco de Assaro. Il D’Assaro fa scolpire e murare sullo scalino d’ingresso alla chiesa, per essere sotto gli occhi di tutti i fedeli quando varcheranno l’entrata nei secoli a venire, il nome del benefattore, Antonino Spalletta3, piazzese appartenente alla nobile famiglia Spalletta o Espelletti4 che, «essendo molto pietoso» dona nel 1589 la somma di 100 onze5 alla parrocchia di San Martino6. La traduzione completa è la seguente «IL PRIORE ANDREA D’ASSARO PROVVEDE [a porre questa lapide per ricordare] LA GENEROSITÀ DI ANTONINO SPALETA E LO ZELO [mostrato nell'impiego della somma] DEI PADRI CAPPELLANI DON FRANCESCO TALERI E FRANCESCO BONCORE». Con questa spiegazione ho cercato di collocare la lapide in un preciso periodo storico della nostra comunità, cercando, soprattutto, di dare nuovo lustro a dei concittadini di ben quattro secoli fa.   

1 Cf. Alceste Roccella, Storia di Piazza, vol. Famiglie nobili, ms. inedito, XIX secolo, s.v. Espelletti o Spalletta.

2 Nel Cinquecento i quartieri erano quelli di San Martino, della SS. Trinità, della Castellina, di San Giovanni Battista, di Santa Maria dell’Itria.

3 Di Antonino Spalletta risultano anche due legati di maritaggio annuali per le orfane piazzesi (cf. Alceste Roccella, Storia di Piazza, vol. Uomini Illustri, ms. inedito, XIX sec.).  

4 Cf. A. Roccella, Storia di Piazza, vol. Famiglie nobili, cit., s.v. Espelletti o Spalletta.

5 Sarebbero 14.000 € di oggi.

6 Cf. A. Roccella, Storia di Piazza, vol. Famiglie nobili, cit., s.v. Espelletti o Spalletta.

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