Borghi Rurali fascisti in Sicilia/1 In evidenza

Contadini al lavoro nei latifondi siciliani, inizio Novecento

La mostra sulla I Guerra Mondiale e il libro¹ sul Gen.le Antonino Cascino (1862-1917) di ieri al Circolo di Cultura di Piazza, mi hanno dato lo spunto per parlare dei Borghi Rurali sorti durante il regime fascista in Sicilia ad uno dei quali fu dato il nome del generale medaglia d'oro piazzese, Borgo Cascino.²

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Il problema millenario del latifondo

<<Nel primo millennio d.C. la Sicilia visse un’alternanza di vicende storiche che condussero prima alla creazione del latifondo, il latifundum romano, poi al suo smembramento, ed infine ad una sua ricostituzione ad opera dei Normanni. Le conseguenze del feudalesimo normanno portarono a una situazione con due classi sociali contrapposte, di cui una costituita da un’oligarchia che possedeva tutto, e l’altra costituita dal popolo, che non aveva niente. L’esigua nobiltà conduceva un’esistenza sfarzosa gravando sulla moltitudine composta da povera gente. L’agricoltura di tipo estensivo praticata nei fondi era poco redditizia; era la vastità di questi ultimi, insieme al misero compenso corrisposto ai contadini, che consentiva all’oligarchia di prosperare, basandosi sull’entità numerica della popolazione sfruttata. Tale situazione perdurò per quasi tutto il millennio successivo, immutabile ed insensibile agli avvicendamenti del potere, dai Normanni ai Savoia. Nella seconda metà del diciannovesimo secolo ebbero luogo i primi, isolati episodi, nell’ambito dei quali i rurali cercarono di sollevarsi dalla loro miserabile condizione; ma essi vennero repressi duramente, affogandoli nel sangue. Parallelamente, a cavallo tra i due secoli, altre e differenti iniziative furono condotte, e non limitate alla sola Sicilia; tra queste, vanno menzionate le “affittanze collettive”, nelle diverse caratterizzazioni con cui vennero espresse dalle organizzazioni cattoliche e da quelle socialiste. Ma fu solo dopo la Prima Grande Guerra che ulteriori, diversi, progetti vennero intrapresi, a livello locale o centrale, allo scopo di modificare l’organizzazione rurale; essi ebbero pertanto un carattere più organico ed applicazione a livello nazionale. La necessità di fornire uno sbocco lavorativo a coloro i quali avevano servito la Patria e che si erano organizzati nell’Opera Nazionale Combattenti (ONC), infatti, pose i governi di fronte al problema dell’occupazione dei reduci, e l’agricoltura fu vista come una possibile soluzione. Il problema, e la sua soluzione, interessarono l’Italia intera; ma in Sicilia ciò si scontrò, in un certo modo, con la millenaria situazione latifondistica. Già tra le due guerre si considerò approfonditamente il problema relativo al latifondo siciliano con la stesura di leggi che cercassero di risolverlo puntando, in un modo o in un altro, alla sua frammentazione e due di queste furono proposte nel febbraio del 1920. Uno dei motivi, se non il solo, che fecero arenare le leggi è da ricercare nella presenza, in Parlamento, di rappresentanti dei latifondisti, in particolare tra i popolari. Così, nonostante la consapevolezza del problema e l’attività dell’ONC, la situazione siciliana restò quella di sempre: 750.000 ettari di terreno posseduti da 780 individui. Il regime fascista, dopo diversi tentativi di modificare tale situazione, ma condotti in maniera poco organica e tentando di adattare alla Sicilia i provvedimenti presi su scala nazionale, incontrandosi prima e scontrandosi in seguito con i latifondisti, o almeno con alcuni, considerò il problema in maniera specifica; promulgò così delle leggi ad hoc, le quali tra l’altro, prevedevano la nascita di un nuovo ente, L’Ente per la Colonizzazione del Latifondo Siciliano (ECLS), al quale era devoluta la realizzazione pratica delle nuove norme. Esse sarebbero state applicate nell’ambito di un piano di colonizzazione, che il regime propagandò come “assalto al latifondo”, fondato su presupposti sia tecnici, che derivavano da studi precedentemente condotti dall’Istituto Vittorio Emanuele III per la bonifica della Sicilia, sia urbanistici, teorizzati dall’architetto Edoardo Caracciolo>>. (tratto da VoxHumana, La Via dei Borghi)

¹ Il libro "CASCINO" è stato presentato al Circolo di Cultura col patrocinio del Rotary Club Piazza Armerina, scritto da Paolo Orlando con i contenuti storico-biografici curati da Giuseppe Claudio Di Giorgio. L'autore Paolo Orlando, presidente del C.A.S.A. (Centro Armerino Studi Amministrativi) nonché organizzatore dell'evento, ha sottolineato che "abbiamo voluto ricordare agli Armerini, ai Siciliani, agli Italiani, la figura leggendaria di un Armerino, il Gen.le Antonino Cascino eroe della Prima Guerra Mondiale e medaglia d'oro, inserendo il tutto nel Centenario della Grande Guerra".

² Al Gen.le A. Cascino furono inoltre intitolati anche un Cacciatorpediniere nel 1922 (autoaffondato nel porto di La Spezia il 9 settembre 1943), tre caserme militari (Palermo, Salerno e Susa - TO), una galleria militare sul Monte Pasubio e diverse vie e piazze in tutta Italia.

(continua)

cronarmerina.it
                                                                

Commenti  

0 #3 918Kiss online 2018-12-31 16:07
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0 #2 Salvatore Trebastoni 2016-04-16 19:01
A dirla tutta al Gen. A. Cascino fu' intitolata anche una Caserma a Rivoli (TO) ed era proprio ai piedi del castello, a fianco alla chiesa di San Bartolomeo. Nel corso degli anni una parte fu demolita per far posto all'attuale Piazza San Bartolomeo ed alla via Roma e la rimanente trasformata in una scuola, oggi in disuso.
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0 #1 Didi 2016-04-11 07:15
La prima parte si legge tutta d'un fiato. Ora aspettiamo la seconda. Certo che i contadini sono stati trattati sempre bene!!!
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