Cronarmerina - Fontanelle

Ineluttabilmente

In questi giorni passati, cavalcando l’onda del dispiacere per un lutto in famiglia, ho sentito forte il bisogno di scrivere sulla VITA e sulla MORTE. Non me ne so spiegare il motivo ma ora, a lavoro finito, mi sento improvvisamente più TRANQUILLA!

I DÖI S’GNÙRI
(A vìta e a mort)

‘Nta s’r’tìna d’sg’mbrina
senza st’ddi e senza ddùna
n’ ’n pàis senza nom
cap’tià ‘na còsa stràna.

Ranncchiàda sötta ‘n ponti
c’a v’stìna ddöngha e nèra
i cavégghi ‘nturciunìati
e l’oggi duluràti
‘na v’gghièttà s’n’ stava
parèva ch’sp’ttàva!

‘Nto s’lènziu da nuttàda
ch’r’vava a cavaddìna
s’ s’ntea d’dduntàngh
‘na vösgidda fìna fìna:

<<Ma chi fai s’tàita ddöch
cu sa fàcci malandrìna?
U sai bengh ch’è brùt assài
s’pttè cu nan arr’va!

Nan ggh’hai péna e cumpassiöngh
p’ ‘n baròm ancöra ‘n vìta?
A scurzèggh’la ggh’hai témp,
scuta a mi, nan è f’nìta!>>

A v’gghiètta p’ r’sposta
s’ vutà d l’aut scìanch, còm a dì:
<<U söi ch’ fazz... ièu ha r’và ò cav’lìnia
pov’rom, è tröpp stànch!>>.

Rosalba Termini, Gennaio 2017

(Traduzione)  
LE DUE SIGNORE
(La vita e la morte)
In una serata di dicembre
senza stelle e senza luna
in un paese senza nome
capitò una cosa strana.

Rannicchiata sotto un ponte
col vestito lungo e nero
i capelli attorcigliati
e gli occhi tristi
una vecchietta se ne stava
sembrava aspettasse!

Nel silenzio della notte
che arrivava velocemente
si sentì da lontano
una voce sottile sottile:

<<Ma che fai seduta lì
con questa faccia malandrina?
Lo sai bene che è molto brutto
aspettare chi non arriva!
Non hai pena e compassione
per un uomo ancora in vita?
Ad accorciargliela, hai tempo,
ascolta me, non è finita!>>

La vecchietta per risposta
si voltò dall’altro lato, come a dire:
<<Lo so cosa faccio... lui è arrivato al capolinea
pover’uomo, è troppo stanco!>>.

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Lo stemma dei Trigona/2

Il privilegio del 1369, di cui si è parlato nel post Lo stemma dei Trigona/1, è confermato da re Ferdinando II di Castiglia il Cattolico (1452-1516) nel 1502 a Matteo (in alcuni testi Giovanni Matteo) Trigona I barone di Montagna di Marzo¹ con lo stemma nella foto 3: Uno scudo alla campagna mareggiata di argento dalla quale muove, a sinistra un triangolo d'oro rovesciato, con un sole dello stesso nel punto del capo. Lo scudo con corona, a secondo se di Principe-Duca-Marchese-Conte-Barone o Nobile, è accollato ad un'aquila spiegata, nera, armata, imbeccata e coronata d'oro. Alla fine del XVI secolo il barone Marco Trigona alla sua morte, avvenuta nel 1598, nel testamento ordina di porre nella Chiesa Madre e negli altri edifici che ospitano le sue opere di carità, copie del suo stemma gentilizio perché possano servire di monito agli altri Signori per fare simili e maggiori opere di umana carità. Essendo il Barone religiosissimo egli non consente che nel suo stemma siano presenti le tre fasce ondulate, le quali, oltre a simboleggiare l'eroismo dei Normanni, possono alludere alla loro adorazione a Dio Odino, divinità germanica. Né vuole tollerare l'allegoria astrologica² dell'antenata Margherita d'Aragona al marito Giacomo Trigona, consapevole che tanti matematici che pretendono leggere il passato, il presente e il futuro, sono stati ripetutamente condannati come eretici. Per questo sono soppresse dal suo stemma le figure delle tre onde marine e il sole, il quale viene sostituito con una stella luminosa a 6 o a 8 punte (foto 4). Dopo quasi due secoli, nel 1781 (per onor del vero, si riscontra anche in alcuni stemmi di epoca precedente, sino ad arrivare al periodo immediatamente dopo la dipartita di Marco Trigona, come dimostrano quasi tutti gli stemmi gentilizi voluti per sua espressa volontà in Cattedrale) è apportata una nuova modifica allo stemma da Don Gaetano Trigona e Parisi dei baroni di Sant'Andrea (1767-1837)³. Poiché la stella luminosa è molto somigliante ad una cometa, decide di sostituirla con la raffigurazione di una cometa vera e propria (foto 5) per simboleggiare il messaggio divino è la conseguente intercessione. Per tutti questi motivi verrebbe rappresentata "la cometa d'oro che indirizza il suo raggio verso il triangolo d'oro" ovvero la protezione divina che, come aggiungeva il motto della famiglia anch'esso sostituito, sarebbe valsa "Per sé e i successori in infinito". Gli stemmi di questa famiglia li troviamo ovunque, oltre che nella nostra Chiesa Madre poi Duomo e Cattedrale, da soli o assieme a quelli di altre famiglie imparentate, nelle chiese di S. Pietro, Sant'Anna Vecchia e Nuova, Cappuccini, Angeli Custodi, Crocifisso, S. Vincenzo, Santo Stefano, nella Commenda di S. Giovanni Battista, nel Palazzo Vescovile, sui portoni di numerosi palazzi civili di Piazza e fuori Piazza.

¹ In seguito al matrimonio nel 1516 con l'aidonese Elisabetta de Gaffori di Montagna di Marzo.                                                                                                                              

² Margherita interrogando l'oroscopo aveva constatato che le tre linee immaginarie che uniscono i tre astri (l'Ariete, simbolo del paziente e docile re Federico III il Semplice; il Leone, che stava a rappresentare la forza del cavaliere Giacomo Trigona; il Sagittario segno della pura verginità di Margherita d'Aragona) formavano il triangolo del fuoco (considerato sacro agli Dei), sul quale impera il sole come emblema maschile (fecondità dei Trigona), settentrionale (come la Patria degli antenati Normanni), diurno (il giorno è simbolo dell vita) e fecondatore (di alti spiriti come i guerrieri vittoriosi). Inoltre, che la terza parte dello zodiaco, contenente due pianeti di conforme natura (in questo caso il Leone Giacomo e il Sagittario Margherita) equidistanti, formano il trigono, considerato come presagio di buon auspicio, mentre al sole, che tutela e annuncia la vittoria e la bellezza, appartiene il cuore umano.                                                                                                                                                                                                                                                                                  ³ A pag. 18 del volumetto Origine e Significato dell'Arme e del Motto di Casa Trigona, RAGUSA 1928, l'autore Francesco Trigona aggiunge erroneamente a Gaetano Trigona, poi Cardinale della Romana Chiesa, il nome Felice. In realtà mons. Trigona, cardinale nel 1834, aveva altri 5 nomi, Maria Giuseppe Benedetto Placido Vincenzo ma non Felice. Inoltre, se la data 30 Settembre 1781, riportata nella stessa pubblicazione relativa al rilascio al futuro Cardinale dell'attestato di modifica dello stemma da parte del Senato di Piazza, è esatta, si desume che gli venne rilasciata all'età di 14 anni, essendo nato nel 1767.          

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Lo stemma dei Trigona/1

Sino adesso ho parlato di tanti stemmi, ma non avevo approfondito su questo sito quello della famiglia Trigona. Per le origini di questa nobile famiglia che è stata tra le più influenti, se non la più determinante dal XVI secolo in poi, nella storia della nostra Città, arriviamo indietro addirittura all'anno 650 ca. È in questo periodo che troviamo il duca Salardo stabilitosi tra i Monti Chirii in Svevia (oggi Germania Sud-Occid.) e il figlio di questi, Coraldo, che acquista nella Piccardia (Francia Sett.) molti castelli e la signoria di Trigonne, donde il cognome. Un discendente di Coraldo¹, Ermanno, capitano dell'imperatore Federico II, nel 1239 diventa governatore di Mistretta (Me) e un suo discendente, Giacomo, sposandosi nel 1369 con Margherita d'Aragona, figlia di Sancho, figlio naturale (forse uno dei sette figli illegittimi) di Pietro d'Aragona II re di Sicilia (1305-1342), riceve da re Federico II d'Aragona III di Sicilia e II di Trinacria detto il Semplice (1341-1377), il privilegio di inserire lo stemma originario, che il Mugnos nella sua opera Teatro Genologico² ci dice che <<furono tre fasce ondose marine d'argento, e d'azzurro in campo d'oro>> (foto 1), nell'aquila nera della Casa Reale d'Aragona. Pertanto, lo stemma originario della foto 1, al quale Giacomo aveva aggiunto il motto Vita, Lux, Opus (Vita, Luce ed Azione)³,  si trasforma in quello nella foto 2, ovvero in tre fasce ondulate, che simboleggiano tre onde in ricordo della discendenza dai Normanni, più il sole come simbolo della fecondità dei Trigona, posto a settentrione per indicare questa loro discendenza nordica, il tutto in campo azzurro: <<Concediamo in perpetuo a Te e a tutti i successori della nobile Famiglia Trigona che all'antico stemma vostro siano aggiunti, in segno della nostra parentela, tre fasce ondulate di colore argento ed azzurro tracciate in campo aureo e un triangolo rivolto verso il sole in campo azzurro, nonché un'aquila posta sopra i colori. Vale>>*. (continua)

¹ A proposito di discendenti, un pronipote di Coraldo, Taddeo o Tedeo, tre secoli dopo, precisamente nel 1101, sconfigge con poche galee, la flotta saracena presso Taranto e siccome la vittoria avviene il 25 marzo, giorno sacro alla devozione della SS. Annunziata, l'Ammiraglio per riconoscenza alla beata Vergine gli edifica un Tempio in Taranto. Così la devozione della SS. Annunziata diventa tradizionale nella famiglia Trigona, per virtù del suo grande Ammiraglio. (Francesco TRIGONA, Origine dell'Arme e del Motto di Casa Trigona, RAGUSA 1928, pp. 5, 20).                                                                                                           

² Don Filadelfo MUGNOS, Teatro Genologico delle Famiglie Illustri, Nobili, Feudatarie, et Antiche de' Regni di Sicilia Ultra, e Citra, MESSINA 1670, Parte III, Libro VIII, p. 471.                                                                     

³ <<Questo motto alludeva al suo amore per Margherita d'Aragona ed aveva il significato seguente: Io vivo come un mare in tempesta, illuminatemi voi perché io sia degno di agire>>. Anche Margherita d'Aragona, scelta come damigella di Compagnia dalla regina Costanza, aveva regalato a Giacomo, durante la cerimonia di creazione a Cavaliere nel 1362 a Messina, una ricca fascia di colore azzurro, raffigurante il firmamento, in cui superbamente risplendevano un triangolo illuminato dal sole quale simbolo allegorico come risposta che Ella dava all'invitto Cavaliere dal significato "Voi (cioè Giacomo) siete il sole sfolgorante della mia vita e l'immagine radiosa della mia salda passione". Il simbolo del triangolo rappresentante il "Trigono di fuoco" considerato portatore di buon auspicio, era frutto degli studi di astrologia dei Caldei che, nonostante le numerose scomuniche papali, erano di gran moda alla corte di Sicilia e dei quali pare fosse appassionata la damigella d'Onore della Regina. (Francesco TRIGONA, RAGUSA 1928, pp. 7, 10).                                                                              

* Ibidem, p. 10.                    

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Oggi Sant'Antonio Abate

Il 17 gennaio a Piazza, in omaggio al Santo protettore degli animali, innanzi alla chiesa di S. Antonio Abate (m. 356 d.C. ca.), in primo piano nella foto proprio attaccata a quella di S. Vincenzo Ferreri al Seminario, si riunivano i burgèsi¹, i massèri e i v’ddài che portavano le bestie da lavoro, asini, muli, cavalli e qualche cane, pecora, capra, per farli benedire. Il prete, subito dopo la benedizione, metteva sulla fronte degli animali, una grande immagine del Santo, che sarebbe rimasta appesa per tutto l’anno sul muro della stalla, a difesa della salute degli animali e dell’economia del padrone. La chiesa di Sant'Antonio Abate già risultava costruita nel 1313, dopo tanti anni di abbandono, nel 2000, sono iniziati i restauri da pochissimo ultimati. Esisteva un’altra chiesa dedicata a S. Antonio Poverello al Casalotto, mentre quella di recente costruzione (dal 1971 al 1974) è dedicata a Sant'Antonio da Padova (1195-1231), nell’ex piazza Stazione o piazza Senatore Marescalchi. A proposito di massèsi a Piazza esiste una Casa-Museo del Massaro in via Garibaldi 57/a che fa "toccare con mano" la vita non tanto comoda dei nostri antenati facendo un viaggio nel tempo andato.

¹ Coloni, contadini, da non confondere con burghèsi = borghesi.

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Piazza tra il 1953 e il 1956

A parte la casa moderna in basso, il panorama da Nord è identico a quello nel 1953/1956

Guido Piovene (Vicenza 1907-Londra 1974), scrittore e giornalista, negli anni Cinquanta per incarico della RAI fece un <<inventario delle cose italiane... e via via che lo andavo scrivendo lo affidavo alle onde radiofoniche. Le richieste degli ascoltatori mi hanno indotto a raccogliere quelle trasmissioni in un libro... Il viaggio cominciò nel maggio del 1953 e finì nell'ottobre 1956>> e l'anno seguente pubblica VIAGGIO IN ITALIA, Arnoldo Mondadori Editore, VERONA 1957. Partendo da "Le Tre Venezie" arriva in "Sicilia" percorrendo tutto lo stivale e scrivendo <<dopo ogni tappa quello che avevo appena visto... quelle pagine... ci rappresentano le regioni d'Italia com'erano quando vi andai>>. A pagina 481, delle 669 complessive, ha inizio il capitolo "Da Ragusa a Piazza Armerina" di cui riporto la parte che ci riguarda e che inizia a pag. 486. <<Tra Caltagirone, bella per i suoi monumenti, ed Enna, nel centro dell'isola, infatti giunge ancora un soffio dell'attiva costa orientale. Enna, il più alto capoluogo di provincia italiano, è centro agricolo vivace. Se questo viaggio fosse specialmente dedicato all'arte, dovrenno soffermarci sui suoi monumenti, specie su quelli medievali. Noi ci fermeremo soltanto a guardare da quel balcone il più vasto paesaggio di montagna della Sicilia. Qui la Sicilia assume l'aspetto di un regno remoto, sul quale corrono le nuvole e splendono i tramonti. Più giù Piazza Armerina è anch'essa un centro agricolo, così verde da sembrare un'oasi. Come ad Avellino, il nocciolo è una voce importante dell'economia locale e una nota importante in quel contrappunto di verdi. Non ricordo più quale inglese sentenziò che Piazza Armerina è il luogo della terra dove l'occhio può scorgere più toni diversi di verde, e giunse a precisarne il numero. La bella cittadina produce torroni; gli amanti di oggetti preziosi troveranno nel Duomo esemplari stupendi di oreficeria barocca. Vi è una fastosa oreficeria siciliana che sembra avere specialmente brillato nei tesori ecclesiastici di cittadine fuori mano. Ma Piazza Armerina è oggi nota in tutto il mondo specialmente per la sua Villa del Casale. Perciò anch'essa è un nido di archeologi; e quelli italiani si incontrano, nel nuovo grazioso albergo, con gli svedesi che scavano nella vicina Aidone. La Villa del Casale, posta in una valle romita ed ombreggiata dai noccioli, lungo la prima parte del fiumicello Gela, in un paesaggio che non si direbbe del Sud, è l'altra grande novità siciliana postbellica. Di opere d'arte qui sepolte dalla terra franosa già parlavano del Settecento gli eruditi locali. Si ebbero alla fine dell'Ottocento i primi scavi sistematici, e scoprendo una parte di mosaico già si gridò al prodigio. Nel 1929 Paolo Orsi (n.d.r. Rovereto 1859-Rovereto 1935) ampliò quegli scavi, ripresi ancora con successo nei quattro anni anteriori all'ultima guerra. La fama della villa rimaneva però confinata tra gli studiosi o almeno i dilettanti di archeologia. Sotto la spinta di un archeologo morto da poco, Biagio Pace (n.d.r. Comiso 1889-Comiso 1955), la Regione riprese nel 1950 i lavori, con larghezza di mezzi, senza paragone, maggiore, grazie all'aiuto della Cassa del Mezzogiorno e con la decisione di andare a fondo. Quello che si vide accese l'interesse di tutto il mondo, studiosi e turisti profani, divenendo oggetto di cronache e anche di trampalate fantasie giornalistiche. Invece di alcune scoperte parziali, si scorgeva quasi completo il piano di un'immensa villa, pari per fasto alle ville imperiali dei dintorni di Roma; senza confronto la maggiore delle ville finora conosciute erette da signori romani nella Sicilia... Tale scoperta senza eguali ha fatto sorgere problemi pratici ed eruditi. Per quanto riguarda i problemi pratici, la Villa del Casale di Piazza Armerina è oggi il più grosso grattacapo della soprintendenza di Siracusa. Bisogna infatti riparare i mosaici che, conservatisi quasi intatti sotto la terra, oggi sono all'aperto esposti a tutte le intemperie. Occorre perciò una tettoia; ma, per quanto ci siano i fondi, è difficile escogitare una tettoia così vasta che non deturpi la bellezza del luogo. Pure qualcosa si farà, perché proteggere i mosaici è indispensabile. Per ora, specialmente al termine dell'estate, si è costretti a coprirli almeno in parte di una coltre di sabbia. Pochi perciò possono dire di averli visti tutti. In quanto ai problemi eruditi, tutti sono d'accordo che questi mosaici assomigliano ai mosaici africani della tarda romanità, e furono probabilmente eseguiti da maestranze africane importate... La villa sarebbe perciò stata il rifugio ed il sacrario del paganesimo in declino, dedito all'arte e agli studi, e dei suoi sogni di rivincita; per dirla con termine d'oggi, una grande oasi liberale del tempo antico. Proseguiamo ora il viaggio verso occidente, sprofondandoci in quell'aspra Sicilia interna, che abbiamo già veduta presso Palermo>>.  

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Visitando Palazzo Trigona/2

I lavori di costruzione del grandioso edificio di Palazzo Trigona ebbero inizio diversi anni prima che se ne occupassero seriamente i due fratelli Trigona, Matteo (1679-1753) II barone di Imbaccari Sottano e Terra di Mirabella futuro arcivescovo di Siracusa nel 1732, e Ottavio (1680-1757) III barone di Imbaccari Sottano e Terra di Mirabella. Il palazzo che troviamo a destra (lato Est) del Duomo di Piazza, fu voluto probabilmente dal genitore di Matteo e Ottavio, Trigona Luigi (o Aloisio) (1650-1715) divenuto nel 1693 I barone di Imbaccari Sottano e Terra di Mirabella. Infatti, dagli anni di nascita sopra riportati, si deduce che l’anno 1690, che qualcuno suppone relativo all'ideazione dei fratelli pur se affiancato dall’avverbio “attorno”, appare azzardato in quanto in quel periodo i fratelli Trigona avrebbero avuto rispettivamente 11 e 10 anni di età. Anzi, se si prende in considerazione sia l’ipotesi che “con buona probabilità fu l’architetto Orazio Torriani, che seguì i lavori del Duomo, a contribuire alle scelte ed alle idee per la costruzione del Palazzo” e sia l’esistenza in vita dell’architetto romano (1578-1657), si deve anticipare di almeno trentacinque anni (al 1655 ca.) il periodo di ideazione e progettazione: non più quello del barone Luigi ma quello del padre di questi, Matteo IV barone di S. Cono Superiore nato nel 1632 e ancora vivente nel 1662, come risulta da un atto di vendita del suo feudo. Per l’accostamento al Palazzo del titolo “della Floresta”, bisogna arrivare al pronipote del vescovo Matteo nonché nipote di nonno Ottavio, Ottavio Maria Trigona Bellotti (1733-1785) che, sposandosi nel 1763 con Girolama Ardoino Celestre dei principi di Polizzi e dei marchesi della Floresta, da “semplice” X barone di S. Cono Superiore diventa il I marchese della Floresta della famiglia Trigona nel 1771, per la rinuncia e cessione per questioni dotali della sorella primogenita di Girolama, Flavia. Tornando alla visita al Palazzo di cui vi ho parlato nel primo post, l’altra particolarità che mi ha colpito sempre in questa prima sala, che occorre oltrepassare per accedere al grande salone, è l’altare in legno della cappella di famiglia inserita in un armadio a muro e precisamente i due reliquiari ai lati della teca centrale vuota (foto in alto). Dando uno sguardo più da vicino in quella di destra (foto in basso), mi sono accorto che alla base di un involucro con nastri, fiori secchi e alcune ossa, c’è un rettangolino di carta di pochi centimetri (cartiglio), forse caduto e non rimesso a posto, con due nomi di Santi Martiri venerati in quel periodo dalla famiglia nobile, completamente sconosciuti almeno dal sottoscritto. I nomi trascritti sono S. Digna m. e S. Dignatiani m. dove “m” sta per martire. Iniziata la ricerca, trovo subito sul sito "santiebeati.it" S. Digna m. assieme ai Santi Anastasio e Felice anche loro martiri, ma di S. Dignatiani m. nulla, se non trovarlo appena accennato tra i 150 nomi di SS. Martiri elencati durante un’importante celebrazione voluta da papa Benedetto XIV in un Libro di preghiere polacco del 1751 e 1754: HASLO SLOWA BOZEGO (Parola di Dio)¹. Per la storia di Santa Digna occorre tornare indietro all’anno 853, quando la Spagna era sotto il dominio degli Arabi Omayyadi del Nord Africa da oltre un secolo. A Córdova nell’Andalusia, i santi martiri Anastasio sacerdote, Felice monaco e Digna vergine, morirono tutti insieme nello stesso giorno, il 14 giugno. Anastasio, avendo confessato davanti ai consoli Mori la sua fede cristiana, fu prontamente trafitto con la spada e insieme a lui, anche Felice, di origine gétula (Nord Africa), che aveva professato nelle Asturie (Spagna settentrionale) la fede cattolica e conduceva vita monastica. Digna, ancor giovanissima, all’uccisione dei suoi compagni avendo coraggiosamente espresso biasimo verso il giudice, fu subito decapitata. Grazie per l'attenzione e alla prossima curiosità.
¹ Stampato a Lwówie (Leopoli) nel 1754.
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Nevicata di gennaio

Zona Padre Pio, 6 gennaio 2017 (foto A. Murella)

LA NEVICATA

Un bianco lenzuolo
ha coperto il suolo:
è la prima neve
che qui dura breve.

Appena si scioglie,
lo sporco si toglie
e in ogni settore
c'è un nuovo candore.

Ogni bimbo è attratto
e cerca il contatto.
L'allegro ragazzo
ne fa un pupazzo
e palle di neve
che lancia e riceve.

Con gli occhi sprotetti
ci abbagliano i tetti.
Se ci stai vicino
torni un po' bambino.

Finisce la fretta
e tutto s'acquieta,
il caos quotidiano
rimane lontano.

Francesco Manteo, gennaio 2017

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Visitando Palazzo Trigona/1

Il dipinto della Giustizia in una grande sala del Piano Nobile

L’altro giorno andando a visitare la mostra fotografica “Sony World Photography Awards Exhibition” visitabile sino al 5 gennaio, ho avuto la possibilità di girare alcune sale del grandioso Palazzo Trigona della Floresta destinato a essere, a Dio piacendo e chissà quando, Museo delle centinaia di migliaia di reperti, provenienti dalle numerosissime aree archeologiche piazzesi, ancora gelosamente tenuti sotto chiave al fresco. Dopo aver osservato le fotografie esposte, ho dato uno sguardo alle due grandi sale accanto nell’ala destra del Piano Nobile, con i soffitti finemente decorati in oro e pastello rappresentanti flora e fauna¹. La prima di queste sale, poco più piccola dell’altra, contiene la cappella di famiglia ingegnosamente racchiusa dentro un grande armadio con un altare in legno e due teche/reliquiari. Però, alzando il capo, lo sguardo è andato sul grande dipinto rettangolare nel soffitto, rappresentante una donna che poggia il suo piede sinistro su una nuvola. Dagli accessori si capisce che la donna è la Giustizia, una divinità della mitologia romana che personifica la Giustizia intesa come applicazione dell’ordine virtuoso nei rapporti umani tra persone secondo la legge. La dea nella sua mano sinistra impugna una spada, che rimanda alla simmetria della forza e del potere che la Giustizia deve avere per imporre e far rispettare i propri giudizi, quindi forza e potere che potrebbero servirsi della violenza per colpire chi non la riconosce. E’ una spada a doppio taglio impugnata e rivolta verso l’alto e certe volte la troviamo  appoggiata a una spalla o rivolta in basso o appoggiata a terra. Nell’altra mano la donna tiene una bilancia del tipo detto a bracci uguali che è da sempre uno degli esempi di immagine simmetrica, come la spada. Suggerisce quindi, con l’idea di ponderatezza che le è immediatamente associata, quelle dell’equilibrio e dell’equità che è compito della Giustizia conservare o ristabilire. Altro particolare è il fascio littorio tenuto da un putto alato ai piedi della Giustizia. Il fascio, simbolo proprio della romanità che troviamo nelle immagini della Giustizia a partire dal XVI secolo, è inteso come potere di applicazione previsto dal diritto romano, e lo possiamo considerare un doppio della spada che in molte immagini, dal Rinascimento in poi, la sostituisce. Qui invece li troviamo ambedue a rafforzare l’immagine che rimanda ai fasti dell’antica Roma. Altri attributi che troviamo nelle rappresentazioni della Giustizia sono la corona e il trono. La corona che porta sul capo e il trono su cui in molti casi siede la Giustizia, non sono soltanto segni generici dell’onore che le si vuole rendere, ma indicano anche un rapporto preciso tra Giustizia e sovranità. E’ compito del sovrano legiferare e rendere giustizia. A volte gli artisti ci mostrano la figura della Giustizia che decora al fianco o ai piedi del sovrano la “D” iniziale delle prime parole in latino del libro della SAPIENZA (testo contenuto nella Bibbia cristiana): Diligite iustitiam qui iudicatis terram (Amate la giustizia, voi che governate la terra). (continua)
¹ Per rendervi conto della bellezza degli interni del palazzo vi consiglio di guardare le magnifiche foto sulla pagina del sito del Museo Regionale Villa Romana P. Armerina

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Tutti i Sindaci di Piazza

Aula del Palazzo di Città dove si riunisce il Consiglio Comunale di P. Armerina

Tutti i SINDACI di Piazza Armerina dall'Unità d'Italia ad oggi.

1-Gangitano Antonino 1860
2-Bonifacio Vincenzo 1861-1865
3-Velardita Salvatore, assessore anziano 1865
4-Trigona Emanuele, assessore delegato 1866
5-Chiello Francesco, assessore delegato 1866-1867
6-Trigona Ercole 1867-1868
7-Giorgio Pietro 1868-1870
8-Bonanno Calogero 1870-1873
9-Giorgio Pietro 1873-1875
10-De Pietra Enrico 1875-1876
11-Roccella Remigio 1876-1879
12-La Vaccara Benedetto 1879-1882
13-Crescimanno Antonio 1882-1889
14-Camerata Francesco 1890-1893
15-Crescimanno Antonio 1893-1895
16-De Pietra Enrico 1895-1897
17-Camerata Francesco 1897-1901
18-Merlo Indebrando, regio commissario 1901-1902
19-De Pietra Enrico 1902-1903
20-Gullè Francesco 1903-1908
21-La Malfa Salvatore 1920-1913
22-Crescimanno Guglielmo 1913-1916
23-Ciancio Liborio 1916-1920
24-Romistella Francesco, regio commissario 1920
25-Lentini Arturo, regio commissario 1920
26-La Malfa Salvatore 1920-1923
27-Costa Felice, regio commissario 1924
28-Azzolina Giuseppe, regio commissario 1924
29-Golino Silvestro, regio commissario 1924
30-Blandino Michele, regio commissario 1924
31-Azzolina Giuseppe, regio commissario 1924
32-Di Giura Ascanio, regio commissario 1924
33-Azzolina Giuseppe, regio commissario 1925
34-Di Giura Ascanio, regio commissario 1925
35-Parlato Raffaele, sindaco poi podestà 1925-1930
36-Farina Luigi, regio commissario 1930-1932
37-Crapanzano Ernesto, regio commissario 1932-1933
38-Lo Jacono Giuseppe, regio commissario 1933-1935
39-Crea Gaetano, podestà 1935-1938
40-Blandino Emanuele, regio commissario 1938
41-Arena Antonino, regio commissario 1938
42-Velardita Nicolò, regio commissario 1938
43-Arena Antonino, regio commissario 1939-1942
44-Lo Jacono Giuseppe, regio commissario 1943
45-Bruno Ferruccio, nominato dagli Americani 1943
46-La Malfa Salvatore, regio commissario 1944
47-Kurunis Giovanni, regio commissario 1944
48-Sciacca Arnaldo, regio commissario 1944-1945
49-Conti Francesco 1946
50-La Malfa Salvatore 1946-1949
51-Cascino Agostino 1950
52-Sammarco Giuseppe 1951
53-Conti Francesco 1952-1956
54-Giammusso Salvatore 1956
55-Crescimanno Antonio Salvatore 1956-1958
56-Villari Riccardo, commissario regionale 1958-1959
57-Crescimanno Lelio, commissario regionale 1959-1960
58-Lo Giudice Giacinto, commissario regionale 1960
59-Sammarco Giuseppe 1960-1970
60-Conti Francesco 1970-1971
61-Trebastoni Mario 1971-1972
62-Sammarco Giuseppe 1972-1974
63-Avanzato Gino 1974-1975
64-Sammarco Giuseppe 1975
65-Crescimanno Roberto 1976-1978
66-Motta Salvatore 1978-1980
67-Gaetano Ramunno 1980
68-Di Vita Nicola 1980-1984
69-Ramunno Gaetano 1985
70-Furnari Ignazio 1985-1989
71-Di Vita Nicola 1989
72-Palermo Rosario 1989-1990
73-Furnari Ignazio 1990
74-Scibona Carmelo 1990-1992
75-Di Vita Nicola 1992-1993
76-Sottosanti Fulvio 1993-1997
77-Sottosanti Fulvio 1997-1999
78-Velardita Ivan 1999-2004
79-Prestifilippo Maurizio 2004-2008
80-Nigrelli Fausto Carmelo 2008-2013
81-Miroddi Filippo 2013 in carica
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