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Gaetano Masuzzo

Gaetano Masuzzo

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1^ Veduta della Città

Paolo Piazza, Madonna degli Angeli, 1612 ca., Piazza Armerina, chiesa Cappuccini
 
Particolare del dipinto con la 1^ veduta della città di Platia
Questa è la prima veduta, in assoluto, che abbiamo della nostra Città. Si tratta del particolare al centro del dipinto della Madonna degli Angeli (chiamata anche Madonna delle Grazie e Santi) che si trova presso la chiesa di Maria SS. delle Grazie dei Padri Cappuccini, al piano Sant'Ippolito. Il dipinto del 1612 ca. è opera del pittore Paolo Piazza (1560-1620), e il particolare rappresenta la nostra Platia all'inizio del XVII secolo, vista dal borgo Casalotto, portata in dono su un vassoio, dai Santi alla Madonna. In maniera molto netta si individua in primo piano la Porta di S. Giovanni Battista con, subito a dx, la Commenda. In alto a sx è inconfondibile il Castello Aragonese e, al centro in alto, la Chiesa Madre col campanile svettante (gli ultimi due livelli sono stati completati nel 1581) ma ancora senza la cupola. Nel periodo in cui viene dipinto il quadro, si discute se abbattere completamente la vecchia Chiesa Madre, per ricostruirne una di sana pianta, o abbatterne una parte perché struttura molto bella, ben fatta e resistente e perché la demolizione è considerata molto dispendiosa. Inoltre, nel 1614 riprende la ricostruzione del Vescovado demolito nel 1607 per l'attuazione del progetto iniziale della nuova Chiesa Madre, l'opera viene affidata a Giovanni Domenico Gagini junior (alias Gian Domenico Gagini II). In questo sito altre 10 vedute della Città.
 
 
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Perché via Chiarandà

Stemma Padre Antonino Chiarandà nella pianta della Città del 1689
D'azzurro alla fascia d'oro, sormontata da un uccello fermo d'argento
Guardando bene l'antica pianta della Città di Platia, pubblicata l'11 febbraio scorso, potete notare come in cima vi sia uno stemma che non è quello di Piazza, come ci saremmo, invece, aspettati. Infatti, si tratta del blasone del Padre Gesuita sacerdote, giureconsulto e commissario del Tribunale dell'Inquisizione, Antonino Chiarandà (1611-1666), al quale è stata dedicata un'importante strada della nostra Città. Questo stemma lo troviamo nell'antica pianta del 1689, in quanto fu disegnata in occasione dell'inaugurazione dell'apertura del Collegio e Università degli Studi di Piazza intitolata proprio a Don Antonino Chiarandà. L'Università, che si chiamava anche Università di Studia Superiora o Seminario Generale di Teologia, poté essere istituita, grazie ai proventi non solo dell'eredità di Antonino Chiarandà, ma anche di quella di un altro Padre Gesuita, Antonino Panitteri, e di quella del canonico Giovanni Lo Ciccio, ambedue piazzesi. Nel 1826 un decreto di re Francesco I riformò le Accademie e i Collegi dell'Isola, lasciandovi soltanto i corsi di lettere, filosofia e matematica, dando vita ai Regi Licei di Sicilia (5 in tutto) ridimensionandoli così a istituti medi superiori propedeutici agli studi universitari. Di questo ridimensionamento dell'Accademia di Piazza cercò di approfittare la città di Caltanissetta che, considerando il nostro Liceo non più al livello di un istituto di Gesuiti, provò a stornare il ricchissimo lascito della fondazione Chiarandà, soltanto per il sostentamento della Comunità gesuitica che aveva in città. Ne nacque un'annosa vertenza che ancora nel 1866 non si era spenta, sino a quando le leggi di soppressione degli Enti religiosi non incamerarono tutto, salvo le opere di beneficenza e gli istituti di istruzione. Ma il cambio di destinazione, che era stato fatto precedentemente dai Gesuiti di Caltanissetta, fu fatale, e in questo modo tutta l'eredità andò perduta. 
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1° Santo Compatrono

La chiesa di S. Vincenzo Ferreri

 1° Santo Compatrono, San Vincenzo Ferreri

 
Nel 1455 il Papa proclamò santo Vincenzo Ferreri. Nato in Spagna nel 1350 a 17 anni entrò nell'Ordine dei Domenicani. Uomo saggio, fu spesso richiesto come arbitro e consigliere di pubbliche associazioni, nonché di famiglie nobili e popolari. Morì in Bretagna nel 1419. Il Padre Domenicano Vincenzo Pistoia del convento Domenicano di Plaza¹, essendo stato miracolato in gioventù, ucciso di spada e buttato nelle fiamme, era stato richiamato in vita miracolosamente da San Vincenzo Ferreri, alla proclamazione di santità fu invaso da sacro ardore: non solo convinse popolo ed autorità a dare inizio alla costruzione di una chiesa in onore del nuovo Santo, ma propose ed ottenne di proclamare lo stesso, patrono della città di Piazza. Il Pistoia morì a Plaza nel 1466 in odore di santità e i lavori per la costruzione della chiesa di San Vincenzo, iniziati nel 1470 proprio accanto al convento dei Domenicani (poi Seminario Vescovile), cessarono essendo venute meno le pubbliche donazioni. Dopo circa un secolo l'edificio incompleto fu concesso al sodalizio di San Vincenzo e dei SS. Crispino (non Cipriano²) e Mercurio³, con l'obbligo di completare la chiesa. Nel 1578 fu decisivo il contributo del nobile piazzese Giuseppe Starrabba che, insieme ad altre elargizioni, ultimò i lavori di costruzione. Lo Starrabba oltre a essere conte di Naso era barone di Gatta, Bimisca e Scibìni (dove dal suo discendente, il principe Gaetano Maria, nel 1756 fu fondato il paese di Pachino). Alla sua morte, nel 1610, venne seppellito in un sarcofago, ancora esistente, nella chiesa di San Vincenzo, in fondo alla navata, a sx dell'altare maggiore. Ed eccovi spiegato perché nella chiesa, da tempo chiusa, vi si trovano innumerevoli stemmi di questa famiglia.  
 
¹ Come anche veniva chiamata la nostra Città nel XV secolo.
² Nel marzo del 2018 ho riscontrato l'errore di copiatura, effettuato a suo tempo dallo storico Litterio Villari, nel riportare quanto da lui appreso dal manoscritto Chiese conventi ed istituti di Filantropia in Piazza di Alceste Roccella. Questi, infatti, aveva scritto «Sodalizio dei SS. Crispino e Mercurio» e non, come riportato dal Villari, dei «SS. Cipriano e Mercurio». In effetti San Crispino è ricordato come protettore dei calzolai e dei conciatori perché come il fratello, San Crispiniano, aveva scelto di fare il calzolaio.
³ L'11 agosto del 2012 il quadro, rappresentante il Santo di autore ignoto del 1609, è stato presentato al pubblico, presso la Pinacoteca Comunale di Piazza Armerina, grazie al vescovo Pennisi a cui il quadro appartiene e che ha voluto condividere l'opera con i cittadini e i turisti. «All’inizio si pensava che il dipinto raffigurasse San Mercuriale tradizionalmente indicato come il primo vescovo di Forlì, successivamente si è giunti alla conclusione che si tratta di San Mercurio un santo militare che visse in Cappadocia. Sembra che l’artista abbia ripreso  il modo di dipingere molto diffuso in Sicilia intorno al quattrocento, in particolare del pittore Filippo Paladini, ponendo il santo al centro e raffigurando ai lati delle scene della sua vita» in <https://www.startnews.it/startmobile/stampanews.asp?key=6021> ultima lettura 19/10/2021. Da qualche anno il quadro rappresentante San Mercurio si trova nella sede originaria, ovvero in un altare minore a dx della navata della chiesa di San Vincenzo Ferreri. La presenza di San Mercurio nell’intitolazione del Sodalizio, della statua e di un quadro in un altare della chiesa, si spiega perché “Mercurio”, nella mitologia romana, è il dio dei commerci e, in quella greca, corrisponde a Hermes figlio di Giove, dio, tra le altre cose, dei viaggiatori, dei pastori e mandriani, dei poeti, dell’astuzia e del commercio. San Mercurio fu un martire soldato scita, decapitato intorno al 250 d.C. perché, assurto al grado di generalissimo dell’esercito romano, non ripudiò il suo battesimo e che, più di cent’anni dopo, nel 363, la leggenda dice che fu l’uccisore di Giuliano l’Apostata per ordine della Vergine Maria. Il culto del Santo venne nell’Italia meridionale assieme ai Bizantini nel VII secolo, quando portarono con sé i resti di San Mercurio e di altri santi, per essere aiutati nella vittoria contro i Longobardi. Il secolo successivo lo troviamo venerato, assieme ad altri cavalieri celesti (S. Demetrio e S. Giorgio), dai Longobardi prima e dai Normanni dopo, durante la prima Crociata. (cf. Giovanni Mascia, San Mercurio, chi era costui?, in “Il bene comune”, pp. 90-95, in <http://www.toro.molise.it/public/news/foto/sanmercu.pdf> ultima lettura 15 gennaio 2019). 
 
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Ospedale di Piazza/1^ Sede - 1° Nome

 
Via Roma

Nel 1142 all'altezza della chiesa di Santa Barbara, nell'odierna via Roma, prima chiamata strada di fundachi e poi ferreria, il conte Simone Aleramico si riserva un'area che destina a ospizi e ostelli, idonei a curare i cittadini lombardi e ad assistere i viandanti e i pellegrini. L'ospedale, situato in diverse abitazioni, è retto da frati appartenenti all'Ordine di San Giacomo d'Altopascio, tra i quali esiste una prevalenza di elementi ospedalieri su quelli militari. I frati Ospedalieri provengono dalla loro Commenda/Ospizio/Ospedale dedicato a San Giacomo, alle porte a Nord dell'odierno abitato e fondato nei primi anni del 1100, al seguito di Enrico Aleramico signore di Paternò e Butera e padre di Simone. Nel 1390 l'ospizio-ospedale (Domus Hospitalis, lo consideriamo il I nome) è occupato dalle truppe di re Martino il Giovane che ne fanno il loro quartier generale, mandandolo in crisi.

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